Opinioni

“Dopo l’assemblea del 23 novembre a Bologna… Rilanciamo anche noi la discussione”

Dal Laboratorio Crash un contributo al confronto aperto dall’assemblea “Quali nuovi scenari per le lotte?”, articolato su un doppio livello di discussione e l’individuazione di alcune proposte concrete.

05 Dicembre 2023 - 13:29

di Laboratorio Crash!

Creare ecosistemi

Quello che ci ha spinto a co-promuovere “Quali nuovi scenari per le lotte?” è stato il misto tra una consapevolezza di insufficienza, una sensazione di possibilità, e una bruciante voglia di rilanciare in avanti. Ci sembra infatti che negli ultimi mesi si stiano finalmente riaccendendo con forza delle possibilità di lotta e conflitto sociale, di mobilitazione, come da tempo non succedeva. La crisi pandemica e la crisi bellica, aggiunte alla serie di altre crisi (sociale, economica, ecologica…) sembravano negli ultimi tre anni aver prodotto più paura, isolamento e immobilismo che rabbia, ribellione e volontà di trasformazione. La potentissima ri-esplosione del movimento sociale transfemminista, le piazze “palestinesi”, una serie di scioperi, ma anche più in piccolo gli accenni alla riattivazione di variegati percorsi di lotta in alcuni territori, ci portano a dire che è possibile scommettere sull’aprirsi di una nuova stagione.

Proviamo a indicare un paio di livelli e di temi di discussione rispetto a questa possibilità, per poi andare nel concreto delle proposte.

Primo livello

Un primo tema di discussione è il rapporto tra le realtà organizzate e i movimenti sociali. Le realtà organizzate possono risultare assolutamente ininfluenti, possono funzionare come un tappo all’espandersi ed esplodere delle mobilitazioni, possono fare stupidi giochi da egemonia di bassa lega… O possono mettersi al servizio dei movimenti come supporto infrastrutturale. Come noto, le infrastrutture non sono un qualcosa di “neutrale”, ma che va politicamente inquadrato. Ci domandiamo dunque, e domandiamo pubblicamente: in che modo le reti e le lotte organizzate possono supportare e rafforzare il processo di mobilitazione sulla Palestina? In che modo è possibile dare un contributo positivo per sostenere e potenziare il processo di sciopero verso l’8 marzo approfondendo le forme di contaminazione delle lotte esistenti da parte di Nudm e al contempo mettendosi a disposizione per moltiplicare le pratiche di sciopero? In questione qui non sono linee politiche da definire (che non competono certo a noi), ma processi conflittuali da poter
espandere e rilanciare.

Un secondo tema che ci sembra utile menzionare è il rapporto tra le forme organizzate dei movimenti e i movimenti sociali stessi. Ci pare infatti che questo rapporto si sia radicalmente trasformato negli ultimi anni, che non esprima “linearità dirette”, che non ci sia una sorta di “rappresentanza” delle prime rispetto ai secondi, e che le domande poste sopra possano valere anche qui. In altre parole, una questione politica che ci sembra importante indagare è la relazione che si sviluppa tra, ad esempio, i nodi locali dei GeP e le piazze palestinesi, tra i nodi locali di Nudm e le piazze transfemministe, o quello che si è dato tra i nodi locali dei Fridays e le piazze ambientaliste. In che modo si relazionano i primi con le piazze, o più in generale con il movimento sociale (intendendo non solo le piazze ma anche le sfere di dibattito – digitale o meno, i comportamenti di massa, le espressioni culturali, etc)?

Secondo livello

È emerso dalla discussione del 23 novembre, e si muove su una piega sottile. In che modo le realtà organizzate possono definire spazi comuni per le lotte e contribuire a percorsi di convergenza? Una piega sottile perché partiamo dal dato di realtà del tramonto e della tendenziale irrilevanza delle ipotesi politiche del passato, delle forme-gruppo-politico (o come le si voglia chiamare) autosufficiente come strategia politico-organizzativa. Ma nuove forme su questo ancora non sono emerse. Si tratta dunque da un lato anche di andare in qualche misura contro sé stessi/e, cosa non facile e nella quale è semplice cadere in errori e ripetere automatismi – nei quali sicuramente siamo incorse anche noi. Dall’altro bisogna anche però provare a osare, a immaginare, a rilanciare pratiche di inchiesta e lotta, ad abbozzare percorsi. Cercando un approccio di umiltà e desiderio di rottura. Abbiamo bisogno di pensare in modo ecosistemico alle possibilità di trasformazione, e dunque anche ai percorsi delle lotte a venire. Come si crea un ecosistema, una costellazione eterogenea di percorsi in grado di farsi potenza collettiva trasformativa?

Andiamo nel concreto

L’assemblea del 23 aveva il problema, in quanto primo momento costruito in fretta sulla spinta dell’urgenza, di non avere intrecciato molti percorsi e di doversi misurare con troppe cose (la Palestina, la guerra, le lotte, la convergenza, i movimenti, etc.). La discussione ha sicuramente risentito di ciò, ma è stata anche una mostra di quel che c’è e della necessità di superarlo. Ci sembra che un passo in avanti possibile sia quello di provare a individuare concretamente terreni di convergenza e a partire da quelli illuminare traiettorie di percorsi e agorà comuni. Per questo è utile e importante l’impostazione e l’approccio proposto nel documento di Euronomade.

Aggiungiamo. Individuare terreni di convergenza vuol dire mettere da parte le differenze e sviare la discussione politica? Ci pare di no. È anzi fondamentale metterci in ascolto e sviluppare i vari punti di vista (noi abbiamo accennato qualcosa in merito qui). Piuttosto, ci sembra che sia importante immaginare le forme di cooperazione come multi-livello e non lineari. Se partiamo con l’idea di dover trovare una posizione unica da scrivere su un documento politico rispetto all’analisi sulla guerra in Ucraina o su Gaza, ad esempio, tanto vale che lasciamo perdere e non sprechiamo tempo. Individuare dei terreni comuni e dotare la nostra riflessione di una temporalità ampia, non legata a scadenze predefinite, quanto a processi da immaginare, ci porta in un’altra direzione. Possiamo inventare modalità di cooperazione che nel metterci in discussione provino ad aprire nuovi spazi? Ci servono immaginazione politica, capacità di design, algoritmi organizzativi e spazi molteplici. Un pensatoio online di discussione? Dei laboratori su temi concreti?

Proviamo a lavorare politicamente su Bologna a partire dalla produzione della città(turistica), dall’abitare, da logistica e digitalizzazione come vettori? Questo non vuol dire smettere di fare quel che facciamo, ma aggiungere uno strato, creare degli hub di incroci e mettere a disposizione una logistica delle lotte per un ecosistema comune, aperto, conflittuale ed espansivo. Non è un “mettiamoci assieme per fare un po’ di numero” né si tratta di fare dei nuovi social forum, ma di lavorare su tragitti di inchiesta, lotta e convergenza. Vuol dire anche provare a sviluppare figure della militanza adeguate al tempo nuovo che viviamo.

Per quel che ci riguarda la sfida del provare a sperimentare una nuova processualità in movimento ci pare sia possibile e che vada colta – senza nascondersi le difficoltà. Un’idea potrebbe essere quella di darci collettivamente l’obiettivo di costruire per metà aprile una giornata assembleare. E da qui a lì rilanciare le forme di cooperazione e cospirazione sia on momenti pubblici che con confronti. Noi siamo a disposizione per immaginare con chi ne avrà voglia la costruzione di uno o più laboratori sui quattro assi proposti.