E’ un quadro drammatico quello che emerge dalla visita effettuata ieri da diverse associazioni. Ma il rischio è che la situazione possa ancora peggiorare. Da parte nostra, intanto, una domanda al Garante regionale dei detenuti: cosa c’entra il suo incarico con i problemi della Penitenziaria?
“Riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale”. E’ l’obiettivo dell’Alleanza per l’articolo 27, costituita qualche mese fa a livello nazionale da numerose associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, unite dalla “volontà condivisa di costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena, contrastando una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna”.
E’ su queste basi che ieri le associazioni dell’Alleanza sono entrate in decine di strutture penitenziarie del Paese: iniziativa che ha coinvolto anche Bologna, sia con la Dozza che con l’Istituto penale minorile del Pratello.
Dalla visita alla Dozza è così emerso che le/i detenute/i attualmente presenti sono pari ad oltre il doppio della capienza: 828 contro spazi pensati per 480 persone, ma in realtà ancora meno visto che vanno sottratti i 50 posti di una sezione in cui sono in corso lavori di ristrutturazione delle docce e 24 di un’altra sezione dove, a breve, dovrebbero iniziare gli stessi lavori. Oltre metà di queste/i detenute/i (433) sono classificate/i come tossicodipendenti. Si registrano poi problemi strutturali che potrebbero portare a una nuova carenza d’acqua (dopo che è stato riparato il guasto più recente), scarsità di ventilatori (che spesso le/i ristrette/i non possono permettersi) nonostante l’emergenza caldo, un reparto infermeria in condizioni critiche, muri e pavimenti scrostati, infiltrazioni, i danni lasciati dagli incendi appiccati in passato e uno spazio per l’affettività che è stato individuato ma ancora non è stato predisposto. Questo il quadro tratteggiato da Agata Sorice di Antigone a conclusione del sopralluogo.
Quella del carcere di Bologna è “una situazione che sta degenerando progressivamente e allo stato non è che si possa nutrire qualche speranza rispetto alla possibilità di intervenire con una soluzione di continuità, perchè che si andrà verso un progressivo deterioramento delle condizioni delle persone private della libertà, che è anche un progressivo deterioramento delle condizioni di lavoro degli operatori”, afferma poi il Garante comunale per i diritti delle persone private della libertà personale, Antonio Ianniello. Alla Dozza si porta avanti “una lotta quotidiana per guadagnare un pezzetto di miglioramento delle condizioni detentive: ce lo sudiamo, poi però basta un attimo per regredire”, sottolinea il Garante. Un esempio riguarda le cosiddette “celle aperte”, ovvero il regime di sorveglianza dinamica introdotto in Italia dopo la sentenza Torreggiani sul sovraffollamento, che consente alle/i detenute/i di trascorrere un certo numero di ore in aree comuni. A livello nazionale, infatti, questa possibilità nel tempo si è man mano ristretta e Ianniello scommette che presto il carcere di Bologna riceverà “sollecitazioni” in questa stessa direzione: a livelli superiori si pensa infatti che alla Dozza “la percentuale di sezioni aperte rispetto al dato nazionale sia troppo alta”, quindi “da settembre in poi almeno un’ulteriore sezione detentiva sarà necessariamente chiusa e già sarei contento se ci si fermasse a questo step di controriforma”. Nel frattempo, alla Dozza si registra “un numero insostenibile delle presenze”, ribadisce Ianniello, che “non consente di garantire quei tratti minimi di decenza che l’esperienza detentiva dovrebbe avere”. Ma, allarga le braccia il Garante, “io sono particolarmente sfiduciato”: si prospettano infatti “ulteriori mesi di peggioramento del complessivo contesto detentivo”.
Per quanto riguarda poi i problemi con la fornitura di acqua o altre criticità impiantistiche, “qualunque tecnico potrebbe sostenere che strutture progettate per accogliere un numero concordato e plausibile di soggetti, nel momento in cui vengono sovraccaricate- sottolinea Alvise Sbraccia di Antigone- presentano il conto”: si prefigura così “un inseguimento che sulla base di questi livelli di congestione è senza fine”. E se si raffrontano i numeri delle carceri italiane con quelli che danno il quadro della povertà e delle marginalità presenti nel Paese, “nessuna illusione: nessun piano carceri- avverte Sbraccia- potrà reggere di fronte a questa variazione di scala, sgombriamo il terreno da questo pericolosissimo equivoco”.
Nel frattempo, il cosiddetto reparto infermeria della Dozza è “un luogo derelitto”, afferma il responsabile Salute nelle strutture penitenziarie dell’Ausl, Ruggero Giuliani, spiegando che su un piano si trovano “le persone incollocabili, perchè creano confusione” insieme a “quelle che arrivano dalla libertà: un mix esplosivo”, sulla base di “un’idea perversa: li fai stare male subito così quando vanno nelle sezioni stanno meglio”. Allo stesso tempo, “di malati gravi al cuore o ai polmoni non ne entrano più. In infermeria- continua il responsabile sanitario- sono tutti psichiatrici”: persone che nelle sezioni normali sono “un po’ più protette”, ma dall’altro lato “in infermeria non esistono attività trattamentali, quindi un malato psichiatrico è in completo isolamento e sappiamo quanto la componente sociale sia importante per curare queste persone”.
Intanto, sui problemi idrici “chiediamo che chi ha il potere e il dovere di intervenire, che sia l’amministrazione locale o quella regionale o il ministero, lo faccia: non è possibile che con queste temperature le persone stiano senz’acqua“, afferma Luca Sebastiani della Camera penale che, in vista della tradizionale visita al carcere di Ferragosto, intanto segnala una novità: “Porteremo con noi i magistrati, pensiamo sia importante con queste temperature”. La visita di oggi ha mostrato un quadro da “manicomio del pre Basaglia”, sottolinea Rossella Vigneri di Arci. “Una specie di inferno dantesco”, è la definizione di Mariaraffaella Ferri del Coordinamento carcere Navile. Vista la situazione in cui versano strutture come la Dozza, “l’augurio a tutta la classe politica è di farsi almeno una volta un anno o sei mesi di galera”, provoca l’artista Alessandro Bergonzoni: “Non per opportuna punizione ma per conoscenza immedesimativa”.
Nel frattempo, senza che questo possa essere di consolazione, nel confronto con la Dozza al momento appare meno critica la situazione del carcere minorile del Pratello, la cui capienza è al momento molto ridotta in quanto metà della struttura è chiusa per lavori di ristrutturazione. Giulia Fabini di Antigone spiega infatti che negli ultimi mesi “molti ragazzi sono stati trasferiti”, aggiungendo che “dall’1 marzo la capienza è scesa da 36 a 32 posti, poi a 26 ed entro questa settimana si arriverà a 22”. Al momento della visita di ieri, “i detenuti erano 26, poi uno è uscito è si è scesi a 25”, riferisce Fabini. Di questi, 11 erano italiani e 15 stranieri. Quanto ai ragazzi che hanno lasciato il carcere, dall’1 marzo al 10 luglio sono stati 54: metà sono usciti per passare dalla detenzione a misure alternative o per scontare la pena residua ai domiciliari, mente l’altra metà è stata trasferita in altri istituti di pena e due giovani sono stati mandati in un carcere per adulti.
Qualche giorno fa, invece, è stata presentata la relazione sull’attività svolta nel 2025 dal Garante dei detenuti della Regione, Roberto Cavalieri, in riferimento alle carceri dell’Emilia-Romagna. “Manca il 19% degli agenti di Polizia penitenziaria; preoccupano sovraffollamento e uso di psicofarmaci”, è il titolo del comunicato stampa che ha dato conto della relazione. “Strutturale carenza di personale della Polizia penitenziaria: in regione- questo poi l’incipit del comunicato- ci sono 2.063 agenti di polizia penitenziaria, ovvero il 19% in meno di quelli necessari, con il picco massimo a Forlì (-30%); la piaga dei suicidi dietro le sbarre (tre nel 2025); le forme di autolesionismo (1.322 casi); l’abuso di psicofarmaci. E, ancora, la difficoltà per i detenuti di accedere alle forme di espiazione della pena alternative al carcere nonché la difficoltà a trovare una casa e un lavoro, problemi che impediscono percorsi fuori dal carcere. In aggiunta, un’edilizia carceraria costituita da edifici risalenti nella migliore delle ipotesi agli anni ’80 e ’90, con progetti di ammodernamento che stentato a decollare o, come nel caso di Ferrara dove la realizzazione del nuovo padiglione per ospitare 80 detenuti avverrà a discapito degli spazi attualmente destinati all’attività di recupero dei detenuti, a partire da quelle legate all’agricoltura in carcere. Il tutto incastonato in un contesto segnato da un sovraffollamento ormai cronico: mille reclusi in più oltre la capienza regolamentare degli istituti di pena”.
Anche a livello regionale, così, si torna a parlare di una situazione a dir poco preoccupante. Con l’occasione, però, ci sia consentito di porre idealmente un quesito al Garante regionale dei detenuti. Che, per l’appunto, per mandato “vigila sulle condizioni di vita delle persone detenute o comunque trattenute nei luoghi di detenzione dell’Emilia-Romagna al fine di garantirne il rispetto della dignità e dei diritti- spiega la stessa Regione- con particolare riguardo alla presenza di trattamenti inumani e degradanti e alla verifica delle condizioni igienico-sanitarie dei luoghi di privazione della libertà personale e sull’adempimento del dettato costituzionale relativo alla finalità rieducativa della pena”. Il Garante, insomma, non ha il compito di occuparsi genericamente di carcere ma esiste per tutelare una categoria di persone, quella delle/i detenute/i, che non ha rappresentanza e possibilità quasi inesistenti di parlare al mondo. Del resto il carcere non è certo un argomento particolarmente mainstream e perfino le figure istituzionali, se parlano di questo tema, faticano a trovare spazio sui media e attenzione nell’opinione pubblica. Ma allora, nel momento in cui ha una preziosa occasione per far emergere pubblicamente i problemi della detenzione, perchè il Garante regionale dà priorità alle carenze di organico della Polizia penitenziaria? D’accordo, possiamo ipotizzare che una possibile risposta sia: ogni difficoltà nella sfera carceraria è una difficoltà che si ripercuote sulle condizioni di vita delle/i detenute/i. Ma se anche fosse, ai secondini non mancano nè la rappresentanza nè le possibilità di comunicare le proprie istanze: anzi, a nostro avviso, uno dei problemi del carcere è proprio il fatto che gran parte del discorso pubblico è governato proprio dai sindacati della Polizia penitenziaria, che veicolano moltissime delle informazioni (interessate) su ciò che accade all’interno di una dimensione quasi del tutto preclusa allo sguardo della società esterna. E di certo il punto di vista delle guardie non può coincidere con quello delle persone ristrette. E sono queste ultime che, proprio perchè la situazione delle carceri è drammatica, hanno un dannato bisogno di far sentire la propria voce in ogni centimetro quadrato di spazio pubblico a disposizione.
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