Contributi e opinioni

Un’operatrice sociale: “Lavoro invisibile e maltrattato, dobbiamo fare cose immense con niente”

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di una lavoratrice Sai, che prende spunto da un’auto (la sua) rimossa per raccontare come “diritti degli utenti, condizioni lavorative e salari sono in una fase di regressione mai vista”.

16 Maggio 2026 - 12:59

di Stige

Sono un’operatrice sociale di una cooperativa del terzo settore (Accoglienza Sai) allo stremo delle mie forze.

Sono un’attivista, una delegata del sindacato che non piace alla cooperativa per cui lavoro (e per tale motivo ci hanno punite e continuano a punirci). Tanto altro potrei raccontare. Ma sento la necessità di condividere qualcosa di più basico: l’invisibilità che porta al maltrattamento della nostra figura operativa.

Oggi ho accompagnato una donna rifugiata che ho in carico nel Sai presso il Sant’Orsola per un intervento, un’isterectomia. Terminato il day hospital, ho portato la mia auto (con cui lavoro, sulla quale non esistono rimborsi chilometrici da parte della coop/azienda, e per cui pago i parcheggi di lavoro a mie spese) il più vicino possibile all’uscita, senza occupare divieti di posteggio, senza causare fastidio o difficoltà di passaggio: semplicemente occupando un posto Ausl, lasciando sul cruscotto un messaggio in cui spiegavo che sarei arrivata a breve con una degente in via di dimissioni (in tutto 20 minuti), affiancando all’avviso il mio numero di telefono, in caso di necessità. Quando sono arrivata con la cara e sofferente N., l’auto non c’era: era stata rimossa dopo soli 20 minuti.

Confesso che il biglietto lasciato sul cruscotto della mia auto durante le dimissioni di N. terminava con la parola “grazie”. Era un grazie per la comprensione, per il supporto, per la vicinanza, per l’aiuto. Oltre a scoprire che del “grazie” non importa molto, ho riflettuto sul fatto che io non posso lavorare chiedendo favori o aiuto per dare un servizio (lavorando) ad una persona che ne è beneficiaria.

Dunque, non si può parcheggiare in prossimità delle uscite ospedaliere, va bene. Il punto è che noi operatrici sociali dobbiamo fare cose immense con niente: non abbiamo possibilità di parcheggiare in prossimità di luoghi in cui passiamo intere giornate, non ci vengono dati gli strumenti con cui dovremmo lavorare (la mia coop ha sei o sette auto per una settantina di strutture, circa 300 beneficiari); è ovvio che usiamo le nostre auto e dovremmo avere quantomeno un rimborso. Ma, al di là del rimborso, che lascia il tempo che trova ed è un aspetto quasi marginale rispetto alla patologica struttura del lavoro sociale, il nodo centrale è che lavoriamo come scappati di casa. Abbiamo strutture dove facciamo fatica a scaricare spese o bambini, ci relazioniamo con servizi che ogni volta è come se fosse la prima volta e vogliono la spiegazione completa di quella che è una procedura fatta migliaia di volte. Il nostro lavoro, che mette a terra un servizio di cui qualcuno ha diritto, risente delle scelte politiche più becere e regressive. Pertanto, sia i diritti degli utenti, sia le condizioni del nostro lavoro e salario sono in una fase di regressione mai vista.

Invece di mettere a sistema un lungo percorso in cui le lavoratrici hanno strutturato dei binari di lavoro potenti – che sono quelli che sostengono il welfare – non ci vengono neppure riconosciute le necessità pratiche, fisiche e psicologiche che comporta il nostro ruolo. Anzi, queste difficoltà intrinseche giustificano la giostra del turnover, che evita che persone competenti rimangano per più tempo e possano capire dove sono gli intoppi. Tutto questo mentre siamo vicine al dolore delle persone, ai beneficiari dei nostri servizi e dei nostri progetti, che ci amano e ci guardano stupite di come riusciamo a far funzionare la giornata e allo stesso tempo a fare un lavoro d’ufficio, da dove si può, per la produzione di documentazione (tendenzialmente importante perché riguarda la vita dei beneficiari di progetto).

Ora, non mi sarei mai sognata di scrivere se non avessi visto che, a livello istituzionale, una voce che di recente ha tirato fuori una riflessione, minimale, sulla figura dell’educatrice e dell’operatrice sociale è stata quella del cardinale Zuppi. È una distopia davvero hard core, come è hard core la violenza emanata dalla nostra giunta sul quartiere Pilastro e, in generale, sulla città intera. È arrivato il tempo in cui è necessario fare una riflessione seria sul lavoro sociale, sulla legittimità della struttura delle cooperative e sul significato del servizio pubblico-privato.