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Strage, c’è la verità ma non la pacificazione: la piazza del 2 agosto fischia Meloni e La Russa

Quando sono stati citati dal palco dai familiari delle vittime, per sottolineare le responsabilità storiche dell’Msi e il costante tentativo di riscrivere la storia. Contestazione solitaria contro la ministra Bernini, inviata del Governo.

02 Agosto 2025 - 18:30

Il quarantacinquesimo anniversario della strage neofascista alla stazione del 2 agosto 1980, nella quale morirono 85 persone e circa 200 furono ferite è anche il primo da quando una sentenza della Cassazione ha consegnato alla Storia la verità giudiziaria di un attentato ordito nelle stanze del Viminale, finanziato dalla loggia massonica p2, eseguito da manodopera reclutata nelle file dell’eversione fascista, spinta tanto dai soldi quanto da una comune volontà di destabilizzare la politica e restringere gli spazi di democrazia. Un quadro a cui non fu estraneo il Movimento sociale italiano (Msi), del quale è stato accertato un ruolo nel depistare le prime indagini e coprire i mandanti emersi solo negli ultimi anni: ragione per cui era difficile aspettarsi qualsiasi riappacificazione con un Governo guidato da Fratelli d’Italia, partito che di quel Msi è, a partire dal simbolo, erede diretto. La contraddizione si è manifestata già nelle prime ore del giorno, quando nel cortile di Palazzo d’Accursio l’inviata dell’esecutivo, la ministra dell’Università Anna Maria Bernini (Forza Italia) è stata bersaglio di una contestazione solitaria da parte di un uomo, al grido di “non crediamo nella solidarietà del Governo”. Molto più fragorose sono state le parole del presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, al suo ultimo intervento dal palco prima di passare il testimone, e i fischi della piazza quando quest’ultimo ha nominato Giorgia Meloni e Ignazio La Russa.

“Presidente Meloni, condannare la strage di Bologna senza riconoscerne e condannarne la matrice fascista, è come condannare il frutto di una pianta velenosa, continuando ad annaffiarne le radici. Non siamo disposti a far passare riscritture interessate della storia“, ha mandato a dire alla presidente del Consiglio. Quanto al presidente del Senato, Bolognesi dopo avere elencato diversi esponenti dell’Msi coinvolti nelle stragi di matrice fascista compiute in Italia tra gli anni ’70 e ’80, ha ricordato che nel 2007 La Russa “presenziò ai funerali del terrorista Nico Azzi che il 7 aprile 1973 tentò una strage sul treno Torino-Roma e fornì le bombe a mano che cinque giorni dopo due missini usarono per uccidere il poliziotto Antonio Marino durante un corteo del Msi a Milano, sono queste le ‘radici che non gelano’ e con queste ci si deve fare i conti”.

In piazza si è rivisto anche uno striscione che recita “La strage è di Stato”, già presente alla commemorazione del 2018, e dal quale veniva distribuito un volantino a firma Resistenti bolognesi condiviso nei giorni scorsi da Vag61, circolo anarchico Berneri, collettivo Mujeres Libres e dal portale Global Project: anche qui nessuno sconto a Palazzo Chigi. Recita un passaggio del testo: “Perché quella strage non è storia passata. È cronaca di oggi, quando il governo Meloni – erede politico di quella stessa destra – promuove misure liberticide che colpiscono le lotte sociali, i ceti popolari, ancor più temuti se stranieri. Hanno smesso momentaneamente con le bombe, ma non sono meno efficienti nel reprimere chi lotta per cambiare la società in senso più egualitario e libertario. La continuità è evidente: la stessa cultura fascista e autoritaria che ha partorito la strategia della tensione e le stragi è oggi al governo. Gli stessi metodi, gli stessi obiettivi: creare spauracchi e capri espiatori per legittimare misure sempre più liberticide. Ieri erano i sovversivi, oggi sono i migranti, i gruppi sociali marginalizzati. Le zone rosse nelle città, la criminalizzazione delle lotte dei lavoratori, i respingimenti dei migranti finanziati con soldi pubblici, gli accordi con Libia e Tunisia che trasformano il Mediterraneo in un cimitero: tutto serve a seminare paura e giustificare la repressione”.

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