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Scioperi, proteste e petizioni: la scuola si mobilita contro riforma dei tecnici e nuove indicazioni nazionali per i licei

Rete istituti tecnici: “Keynes, Serpieri, Belluzzi-Fioravanti, Scarabelli-Ghini hanno deliberato adozione alternativa per i manuali del primo anno. Aldini-Valeriani e Majorana non adozione”. Contro le linee guida per i licei una raccolta firme nata da docenti universitari: “Difendiamo l’insegnamento della filosofia a scuola”. E i Centri antiviolenza regionali: “Ddl Valditara un ostacolo alla prevenzione”.

06 Giugno 2026 - 13:08

(foto Fb Cobas scuola Bologna)Prima lo sciopero del 7 maggio scorso con l’adesione di varie sigle sindacali e promosso anche da Rete nazionale istituti tecnici – nodo di Bologna e provincia e Rete per la Scuola Pubblica – Emilia-Romagna, contro un riordino degli istituti tecnici che “mette in discussione l’idea di scuola della Costituzione, riducendo il tempo scuola e modificando sostanzialmente l’offerta formativa presentata alle famiglie durante l’orientamento” con un intervento calato dall’alto, “senza un confronto reale con le istituzioni scolastiche e i/le docenti, che sono stati/e sostanzialmente esclusi/e dal processo di elaborazione”. Poi la scelta dei Collegi docenti di molti istituti tecnici di Bologna e provincia di non adottare i libri di testo afferenti alle nuove materie previste dalla riforma voluta dal ministro Valditara, attraverso il meccanismo della cosiddetta adozione alternativa, che consente alle scuole di non adeguarsi alle direttive ministeriali e di optare per la scelta di materiali scolastici diversi dai libri di testo curricolari.

Sono le prime iniziative di un movimento di opposizione al disegno del governo Meloni per la scuola che si preannuncia vasto e si sta articolando proprio a partire dalle istanze di insegnanti, studenti e personale che attraversano gli istituti tecnici, che respingono al mittente di viale Trastevere “una concezione dell’istruzione tecnica come mero addestramento, orientata alle esigenze del tessuto produttivo locale a scapito della formazione di una coscienza autonoma e critica dei cittadini e delle cittadine”.

Spiega la Rete nazionale istituti tecnici come siano tanti i danni che la riforma potrebbe infliggere agli e alle studenti: “L’ampia quota di flessibilità (fino a sette ore in quinta) rischia di stravolgere i profili in uscita e di creare un curricolo frammentato che varia da scuola a scuola, minando il principio di uniformità del sistema nazionale e il valore legale del diploma; si registra una riduzione delle materie di base e caratterizzanti di 561 ore nel quinquennio, impoverendo così i prerequisiti necessari anche per le discipline di indirizzo; il monte ore di Geografia subisce una contrazione notevole nonostante la realtà richieda – ogni giorno di più – una profonda comprensione dei processi che caratterizzano i diversi territori; la fusione in un’unica materia – denominata ‘Scienze Sperimentali’ – di Biologia, Chimica, Fisica e Scienze della terra riduce drasticamente le ore delle discipline scientifiche (da 528 a 297) e frantuma l’unitarietà dell’insegnamento prevedendo esplicitamente che esso venga assegnato a più docenti che però dovranno proporre un voto unico”.

Inoltre “la riduzione delle ore dedicate alle lingue straniere rende più difficile l’acquisizione di competenze stabili, e questo penalizza i futuri diplomati tecnici in un contesto sempre più globale, dove la capacità di mediazione linguistica e culturale è considerata una necessaria competenza trasversale; l’eliminazione dell’ora di Complementi di matematica al terzo e al quarto anno da alcuni indirizzi (chimico, grafico, meccanico…) sottrae competenze funzionali alle materie di indirizzo; la riduzione dell’orario settimanale nella classe quinta (da 32 a 30 ore) sottrae tempo proprio nel momento di massimo consolidamento dei saperi; in particolare si registra – con una inevitabile ricaduta didattica su tutte le discipline – una diminuzione di 33 ore per l’Italiano nell’anno dell’Esame di Stato e un significativo cambiamento di dicitura: da Lingua e letteratura italiana si passa al semplice Lingua italiana”.

E ancora, si legge nel documento inviato dalla rete al ministero e all’Ufficio scolastico regionale emiliano-romagnolo, “l’eccessiva flessibilità legata ai ‘Patti educativi’ con le imprese locali rischia di produrre una sottomissione dei saperi alle esigenze contingenti del profitto privato, abdicando alla funzione di emancipazione sociale e culturale propria della scuola pubblica; un ancoraggio troppo stretto alle aziende locali preclude agli/alle studenti la mobilità geografica e professionale in un mondo interconnesso; è prevista l’anticipazione della Formazione Scuola Lavoro (FSL) alla classe seconda, età in cui gli/le studenti mancano della maturazione relazionale e delle competenze tecniche per affrontare un ambiente di lavoro in modo non puramente esecutivo; tale decisione appare ancora più incomprensibile se si pensa che la formazione sulla sicurezza andrebbe svolta in prima superiore e che le denunce di infortunio riguardanti l’alternanza scuola-lavoro sono in aumento del 5,6% rispetto al primo trimestre del 2025 (dati Inail); la riforma si inserisce in un più ampio tentativo di trasformazione dell’ordinamento degli Istituti Tecnici, tra cui la proposta del modello ‘4+2’ in cui la densità dei nuovi programmi già comprime il tempo necessario allo studente per l’elaborazione critica, favorendo l’acquisizione meccanica di nozioni tecniche a scapito di una compiuta maturazione culturale; l’eliminazione del biennio comune cristallizza precocemente i percorsi, impedendo di correggere scelte fatte a 13 anni e aumentando il rischio di dispersione scolastica; la riforma si inserisce in una visione della scuola che trasforma la funzione docente da mediazione culturale a mera facilitazione di competenze esecutive, mettendo in discussione la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione; si paventa la perdita di posti di lavoro per docenti precari e la riduzione di cattedre per il personale di ruolo; si determina una impossibilità oggettiva di procedere ad un’adozione consapevole dei libri di testo per le nuove discipline (quali ad esempio ‘Scienze Sperimentali’): la mancata definizione delle classi di concorso impedisce ai docenti di valutare i testi in relazione alle proprie competenze e ai nuovi profili d’uscita, esponendo le famiglie a spese per sussidi didattici potenzialmente inadeguati o provvisori, in un mercato editoriale non ancora assestato sulla riforma”. Per questo la richiesta è che la riforma venga ritirata il prima possibile. Varie sigle sindacali in questi giorni hanno indetto lo sciopero degli scrutini, per continuare la protesta anche nei giorni conclusivi dell’anno scolastico.

Restando in regione, si segnala poi la presa di posizione del Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna contro il ddl Valditara sul consenso informato a scuola in tema di prevenzione all’educazione sessuo-affettiva: “Non esitiamo a definirlo un attacco alla prevenzione della violenza contro le donne, teso a impedire o ad ostacolare quel cambiamento culturale che è necessario per rimuovere le radici culturali e sociali della violenza contro le donne e realizzare ogni forma di prevenzione. Dietro la retorica del ‘diritto delle famiglie a scegliere’ si nasconde un’operazione politica e culturale ben precisa: ridurre gli spazi di discussione sull’educazione sessuale e affettiva, ostacolare i percorsi di prevenzione e riportare temi come la violenza contro le donne e altre soggettività fuori dal dibattito pubblico e dentro la sfera privata. Tutto nella logica di difendere, a prescindere, l’istituzione famiglia come qualcosa di ideale e astratto, quando sappiamo bene quanto le famiglie possano essere proprio i luoghi dove la violenza viene esercitata e vengano veicolati contenuti di odio e pregiudizio sessista, omofobo, razzista. Non esiste la libertà di educare i figli all’odio o alla discriminazione nei confronti di persone giudicate ‘non normali o deumanizzate in quanto migranti’. Il Paese è attraversato da un clima di intolleranza crescente che sta normalizzando pregiudizi che credevamo di aver superato. I discorsi di odio non restano confinati sui social — sdoganati da anni anche nel discorso politico — ma si concretizzano nei contesti quotidiani e familiari, e trovano ulteriore conferma in una crescente violenza giovanile. La scelta di ostacolare l’ingresso nelle scuole a chi lavora per contrastare questi fenomeni, è un atto aggressivo volto a indebolire gli strumenti culturali ed educativi necessari per affrontare la violenza misogina, omofoba e razzista”, è un passaggio del documento.

Intanto, a livello nazionale, anche il fronte dei licei batte un colpo. In queste settimane è circolata sul web una petizione – che attualmente ha quasi raggunto le 23.000 adesioni – dal titolo “Difendiamo l’insegnamento della filosofia a scuola”, e che vede come primi firmatari vari docenti dei corsi di laurea in filosofia di numerosi Atenei italiani. Si legge nell’appello: “In questi giorni è esploso il caso dell’insegnamento de I promessi sposi a scuola. Molti hanno gridato allo scandalo perché seguendo le nuove ‘Indicazioni Nazionali per i Licei’, emanate il 23 aprile scorso dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il grande romanzo manzoniano smetterebbe di essere studiato al secondo anno di Liceo. Ma le Indicazioni Nazionali contengono scelte molto gravi anche per quanto riguarda l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori, finora passate per lo più inosservate. Si tratta di questo: dovendo indicare, anche se a titolo esemplificativo e non vincolante, quali sono i filosofi e le filosofe che appartengono al canone degli autori meritevoli di essere studiati, le ‘Indicazioni nazionali’ procedono alla temeraria esclusione di alcuni grandi classici della tradizione moderna e contemporanea, veri e propri giganti della filosofia razionalista e materialista e, più in generale, del pensiero critico. Per limitarsi ai casi più sconcertanti, con riferimento a quest’ultimo aspetto: le linee guida escludono dalla lista degli autori addirittura Spinoza, Leibniz (a parte un riferimento al solo Leibniz ‘logico’ – circostanza che parla da sé! – nelle Linee guida per il Liceo Classico) e Marx; non risolvono il vulnus (già presente nelle indicazioni precedenti) che indica di studiare ‘almeno uno’ tra Hobbes, Locke e Rousseau, suggerendo implicitamente di non approfondire le diverse opzioni che hanno determinato niente di meno che la costituzione della razionalità politica moderna; limitano lo studio di un autore decisivo come Kant alla sola ‘idea (sic!) di critica’, rimaneggiando profondamente lo studio del criticismo in tutti i suoi aspetti (non ultimi quelli morali e storico-politici); ignorano Fichte e Schelling, dunque la stessa filosofia classica tedesca, sradicandola dal panorama del pensiero moderno. Si potrebbe continuare a lungo, se non che ciò che rileva evidenziare è che tali inopinate esclusioni non sono innocenti, giacché si trova il modo di sostituire gli autori appena menzionati con una non meglio specificata ‘filosofia italiana dell’Ottocento’ (davvero così rilevante al cospetto dei classici fatti rimuovere?) e con il riferimento al ‘neo-idealismo crociano e gentiliano’ (astratto dalle sue radici nella tradizione del marxismo italiano e dalla critica che ne ha fatto Gramsci)”.

Continua la petizione pubblicata su Change.org: “Pare evidente che la composizione – quantomeno bizzarra – di questa lista sconti più di un debito nei confronti di quel fantasioso progetto di ‘egemonia culturale’ che un Governo in ritirata tenta di lasciare, a legislatura quasi conclusa, come polpetta avvelenata al mondo della scuola, ai docenti e, soprattutto, alle nuove generazioni. Ma c’è di più. La montagna ha partorito il topolino anche perché la proposta Valditara è l’esito di consultazioni che hanno coinvolto un numero limitatissimo di esperti, nominati – secondo logiche non del tutto perspicue, peraltro – dal ministero. Nessuna vera discussione – che avrebbe dovuto essere ampia e diffusa – ne ha accompagnato la genesi. Un metodo verticistico per un risultato regressivo. Preoccupa, inoltre, che questa operazione ‘culturale’ si sposi – non casualmente – con il tentativo di aggredire il sapere storico e la ricchezza delle sue articolazioni, proponendo il suo ridimensionamento metodologico in favore di una nuova ‘modalità’ di insegnamento della filosofia, definita ‘tematica’, ma dietro la quale si nasconde la precisa volontà – perseguita da qualche solerte membro della Commissione di esperti nominata dal ministero – di diluire l’inquadramento storico-critico delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a obliterare la storia e neutralizzare la profondità critica della filosofia. Desta sconcerto, peraltro, il dilettantismo con il quale si tenta di dare soluzione al problema, pure da più parti sentito e riconosciuto, di uno studio meno impressionistico del ‘secolo breve’, spesso sacrificato da programmi scolastici incapaci di ricomprenderlo (quantomeno nei suoi tratti caratterizzanti e decisivi): le nuove linee guida riescono nella non facile impresa di peggiorare anche questa situazione, poiché la malcelata fretta di spingere l’insegnamento della filosofia sino al ventunesimo secolo – che ben si accorda con la provinciale attitudine a nominare di sfuggita temi ‘alla moda’ che però non vengono adeguatamente svolti – è raggiunta a discapito dell’approfondimento del diciannovesimo e soprattutto del ventesimo secolo. Quest’ultimo, fino ad oggi praticamente dimenticato, verrebbe ora incomprensibilmente compresso in favore di uno sguardo approssimativo sulla più stringente attualità”.

Si tratta dunque per i promotori della lettera di “un vero disastro, le cui articolazioni non vanno viste come la casuale coincidenza di sfortunati interventi, ma piuttosto come le parti organiche di un progetto unitario e coerente: consegnare a una nuova generazione di studenti, già pesantemente svantaggiata dalla condizione di inesorabile declino a cui il nostro Paese sembra consegnato, una formazione debole, priva di respiro, incapace di fornire gli strumenti necessari per comprendere la complessità del mondo contemporaneo, i suoi fenomeni più recenti, il quadro delle trasformazioni che ne governano il vorticoso divenire. In qualità di docenti universitari delle diverse aree filosofiche invitiamo i colleghi, gli studenti, le società di settore a favorire l’apertura di una discussione autenticamente democratica su questo delicato tema. È necessario impegnarsi, ciascuno nel suo ruolo e in base alle sue possibilità, per chiedere il ritiro delle linee guida e giungere a una proposta alternativa realmente condivisa da tutti gli attori del mondo della scuola e dell’università”.