Alla Dozza detenute/i a quota 890, si avvicina il raddoppio delle presenze rispetto alla capienza regolamentare. Centri per il rimpatrio e sistema penitenziario due facce delle stessa medaglia: su entrambe è necessario tenere alta l’attenzione.
Nelle ultime settimane sulla scena politica di Bologna e dell’Emilia-Romagna è esploso il caso Cpr: ne abbiamo parlato in questo speciale, che racconta cos’è successo a partire dalle dichiarazioni del presidente della Regione, Michele de Pascale, ma soprattutto prova a spiegare cosa sono queste strutture per ribadire – una volta di più – che i Cpr sono luoghi nefasti e ingiusti, da respingere a Bologna e in qualunque altro posto. Come già accaduto in più occasioni nel corso degli anni, un pezzo significativo di questo territorio ha mostrato un moto di indignazione verso l’apertura di un nuovo Cpr. Il “no” al Governo si è fatto sentire a livello sociale, politico e anche istituzionale. Per questo giornale, in particolare, è importante segnalare la partecipata assemblea regionale che si è svolta su chiamata della rete No ai Cpr, no ai grandi centri – Emilia-Romagna, dalla quale è scaturita la convocazione della manifestazione “No al governo Meloni” che si terrà in città il 14 marzo: in quell’occasione le voci di decine di realtà hanno rimesso in fila le ragioni di una contrarietà al modello Cpr che va ben al di là delle schermaglie elettorali tra schieramenti o interne agli stessi partiti, ribadendo che una mobilitazione è sempre dietro l’angolo quando lo spettro razzista del Cpr comincia ad aleggiare a queste latitudini.
Allo stesso tempo, però, c’è un’altra notizia che è circolata negli ultimi giorni e che a nostro avviso merita altrettanta attenzione. In questo caso si parla del carcere della Dozza: a fine gennaio i detenuti erano 870, “ma in queste prime settimane di febbraio siamo già saliti a 890. Stiamo arrivando velocemente ai 900 e se nulla accade abbiamo la soglia di 1.000, con il raddoppio della capienza, ad un passo”. La capienza regolamentare infatti è di circa 490 posti. Il dato sulle presenze lo ha riferito in Consiglio comunale l’assessora alla Sicurezza, Matilde Madrid. Molto probabilmente è una cifra record, almeno da un po’ di anni a questa parte. In più, hanno segnalato diversi sindacati, sulla situazione già difficilissima della Dozza si è aggiunta la decisione di avviare una serie di lavori di ristrutturazione senza spostamento delle/i detenute/i.
Come abbiamo già sottolineato in altre occasioni, sarebbe riduttivo prendere il tasso di sovraffollamento come unico metro di valutazione dello stato delle carceri, luoghi di quotidiana negazione di diritti fondamentali. Ma è evidente che arrivare al doppio della capienza, al di là delle implicazioni simboliche, testimonia un trend allarmante che inevitabilmente va ad incidere sulle condizioni materiali di vita delle/i detenute/i. Ecco allora che tante delle sacrosante ragioni del rifiuto opposto ai Cpr corrispondono alla necessità di tenere alta l’attenzione su ciò che accade al di là del muro di cinta del carcere (che a Bologna significa Dozza, ma anche minorile del Pratello) e fare ciò che è possibile per sottrarlo all’invisibilità.
È utile, infatti, ricordare che carcere e Cpr non sono due luoghi né due meccanismi così distinti tra loro. Vero che, teoricamente, il carcere dovrebbe punire una condotta penalmente rilevante, mentre il Cpr è noto per attuare una detenzione senza reato. È però anche vero – ma forse meno noto – che il carcere seleziona la propria popolazione tra le fasce marginali della popolazione, che alla Dozza la popolazione straniera è pari al 56% e che sempre il penitenziario bolognese trattiene molte persone (un quinto) in attesa di condanna, rendendo molto più debole il legame tra reato e detenzione; allo stesso tempo, il Cpr, non da ultimo nelle dichiarazioni di de Pascale, viene pensato come strumento di contenimento delle persone migranti “pericolose” (una retorica costantemente negata dai fatti). Inoltre, secondo i dati della piattaforma Trattenuti, il 20% delle persone entrate in un Cpr nel 2024 proveniva dal carcere (il 14% tra il 2014 e il 2024). E non sono quelle che vengono più spesso espulse. Il Cpr è utilizzato così come luogo ancillare al sistema carcerario, per continuare a trattenere persone che hanno già scontato una pena. Le logiche di funzionamento di questi due luoghi di deprivazione della libertà, quindi, hanno delle affinità evidenti.
Carcere e Cpr, insomma, sono due facce della stessa medaglia. Entrambi luoghi di contenimento della marginalità sociale, di abbandono, di compressione dei diritti, di sofferenza fisica e psicologica. Entrambi strumenti di amplificazione e autoalimentazione della propaganda securitaria di un Governo (quello attuale di destra, certo, ma non abbiamo la memoria corta) sulle politiche di criminalizzazione fonda una grossa parte del proprio operato.
Ecco allora che è necessario respingere il Cpr, tanto quanto è necessario non dimenticare il carcere.
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