Sulla manifestazione contro la partita di basket Virtus-Maccabi continua il balletto di polemiche che l’aveva anticipata. Sulle ragioni della protesta quasi tutti (se non quelli/e che l’hanno promossa) continuano a glissare.
Le ragioni della protesta
Terminato lo “showdown”, sicuramente proseguirà lo scontro istituzionale tra Comune e Viminale a cui abbiamo assistito nell’ultima settimana: la gestione della partita Virtus-Maccabi continuerà nel solco della strumentalità che ha caratterizzato i giorni precedenti. I fascio-leghisti erano coi polpastrelli sulle tastiere dei loro computer, pronti per inondare la rete con le minchionate dei loro post, già prima che il corteo con le bandiere palestinesi partisse da piazza Maggiore. Quasi tutti identici. Un mantra condito con i soliti ingredienti: le “zecche dei centri sociali”, “l’antisemitismo dei pro Pal”, “il consueto branco di violenti”, “violenze che succedono solo a Bologna perché la sinistra li copre”, “occorrono maggiori poteri alle forze dell’ordine”. Tra le diverse richieste di dimissioni, rimbalzate da una parte all’altra, c’è stato pure uno spazietto per la sottosegretaria alla cultura che tutti ci invidiano (la leghista Lucia Borgonzoni) che si è detta preoccupata per i “beni culturali della città”.
Sul fronte opposto (sia nelle dichiarazioni di politici del centrosinistra, sia nei post di coloro che sui social si sentono opinion leader), il coro è un po’ più variegato ma si sostanzia nella sintesi “piccoli gruppi di estremisti che, con i loro atti sconsiderati, fanno il gioco della destra” (come se questa fosse la causa principale per cui Meloni è al Governo… come diceva quell’antico proverbio cinese? “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”). Ma, per “par condicio”, riportiamoli alcuni di questi commenti: “Hanno schiacciato una protesta legittima nell’alveo di una violenza di pochi; vanno isolati e allontanati quei teppistelli che approfittano delle manifestazioni per fare minchiate; vanno cacciati provocatori e infiltrati che danno voce a chi a destra vuole strumentalizzare; si tratta di minorati mentali che giocano alla rivoluzione rovesciando cassonetti; occorre ripristinare i servizi d’ordine per i cortei”.
Poi ci sono quelli che “lo sport deve rimanere immune dalla politica” o che “se cominciamo a boicottare i regimi sanguinari con chi giochiamo più?”.
Ma lasciando sguazzare gli “ignavi” nella loro palude, incapaci come sono di fare scelte di un qualche valore morale, lasciando perdere i “commentatori destrorsi” (e il perché lo potete immaginare), a tutti maître à penser della sinistra “pulita e ordinata” chiediamo: diteci come, concretamente, si deve fare per riconosce il diritto/dovere del boicottaggio del mondo civile verso i “criminali di guerra israeliani”, riconosciuti da Tribunali internazionali che sono quelli a cui spesso fate riferimento.
E, allora, battersi per lo stop alle squadre sportive israeliane (né più né meno come è capitato a quelle russe) è così scostumato? Certo che l’avete espresso anche voi l’imbarazzo per questa presenza nelle varie competizioni sportive, ma a fronte delle scelte delle federazioni internazionali, al di là del rammarico, cosa avete fatto? Ve ne siete lavati le mani e avete “accettato” che Italia-Israele si dovesse svolgere a Udine e Virtus-Maccabi a Bologna.
Se vi viene detto che state sottovalutando le ingiustizie profonde, il nazionalismo di ritorno e il razzismo diffuso dello Stato di Israele fate finta di offendervi. E’ in atto un genocidio contro il popolo palestinese per iniziativa del governo di Netanyahu, dell’esercito israeliano e dei coloni fascisti che occupano i villaggi della Cisgiordania. La tregua imposta da Trump e votata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu nei giorni scorsi ha solo prodotto una riduzione dei numeri della strage, ma la strage continua, e un “nuovo protettorato Usa” si sta delineando.
Quindi, invece di continuare lo stucchevole balletto di giudizi sul corteo di venerdì sera sarebbe il caso di cominciare a parlare anche delle ragioni che stanno all’origine della sua convocazione.
IL Maccabi e il movimento sionista conservatore
Tra le tante ragioni della mobilitazione contro la scelta di disputare la partita Virtus-Maccabi una riguarda sicuramente la storia della compagine del Maccabi. Fin dalla sua origine la squadra di Tel Aviv è stata espressione, come tutti i club denominati Maccabi, del movimento sionista conservatore. La tifoseria del club, si colloca nell’area della destra israeliana, tra le sue fila ci sono diversi riservisti dell’esercito israeliano. Molti sostenitori del Maccabi si riconoscono in Netanyahu (alcune volte, durante manifestazioni che contestavano il governo, sono scesi in piazza per attaccare e colpire violentemente gli oppositori del premier), altri invece tifano per Ben Gvir, il potente ministro della sicurezza interna, leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit, noto per la sua copertura politica alle azioni dei coloni e per le sue posizioni anti palestinesi.
Soprattutto i tifosi membri del gruppo Maccabi Fanatic, il più estremista nella tifoseria della squadra, si sono macchiati di diversi episodi di razzismo, come quello capitato ad Atene dove venne aggredita una persona che portava una bandiera palestinese.
C’è anche un episodio che riguarda, in qualche modo, la nostra città e un manipolo alquanto particolare di tifosi della squadra di basket del Maccabi. Eravamo nel 2002, il 2 aprile il Bologna social forum chiamò tutti/e in piazza per la Palestina. “Fermiamo il criminale Sharon” era il titolo dell’appello che denunciava come nei territori palestinesi si stava consumando (già da allora) la tragedia di una moltitudine aggredita e umiliata, impossibilitata a vivere. L’esercito israeliano, con ripetute azioni di deportazione, stava cacciando i palestinesi dai loro territori di origine e, per fare questo, stava compiendo una vera e propria strage. Il presidente palestinese Arafat aveva richiesto ai paesi occidentali di inviare una forza di interposizione, ma il suo richiamo rimase senza risposta. In quella parte del mondo, da parte del Governo israeliano, si stava praticando una gravissima violazione di tutte le convenzioni internazionali. Una qualche forma di tutela e di garanzia si sarebbe potuta determinare se i governi europei avessero mandato delegazioni di parlamentari a salvaguardia dei diritti umani della popolazione palestinese, ma questo non avvenne. Nella vicenda il mondo politico italiano mostrò uno scandaloso disinteresse e la sinistra istituzionale italiana si dimostrò completamente subalterna alla politica estera del governo Berlusconi. Piero Fassino non seppe far meglio che balbettare: “La politica di Sharon ci sembra inadeguata”. Insomma, erano tutti complici.
Di fronte a questa situazione disperata, una prima delegazione di attiviste e attivisti del movimento No global italiano, tra cui diversi bolognesi, partì per la Palestina e riuscì a raggiungere Ramallah insieme ad altri militanti di Action for Peace. Si voleva mettere in campo una forza di interposizione dal basso. L’obiettivo della delegazione era quello di costituire una sorta di prima linea che proteggesse il legittimo diritto di vivere dei palestinesi, costituendo uno scudo umano che potesse impedire le violenze dei militari israeliani.
Per fare questo trecento No global, provenienti da diversi Paesi, si schierarono davanti ai blindati con la stella di David e tentarono di forzare il check point da cui si poteva accedere a Ramallah. Tenevano le mani alzate e urlavano: “Pace e libertà per la Palestina”. La polizia israeliana a cavallo li caricò con durezza.
L’intenzione degli internazionali era quella di rimanere a presidiare la città di Ramallah, almeno fino a quando un’altra squadra d’interposizione del movimento non giungesse a sostituirli.
Al secondo gruppo di duecento No global italiani andò meno bene. Gli attivisti vennero bloccati al loro arrivo all’aeroporto di Tel Aviv dalle autorità di sicurezza israeliane. Anche un terzo gruppo di attivisti/e italiani/e composto da bolognesi e romani/e, partito per dar man forte ai no global che erano già in Palestina, venne immediatamente bloccato all’aeroporto di Tel Aviv. Furono spogliati e perquisiti, tra quelli che si sedettero a terra per fare resistenza passiva ci furono alcuni che vennero presi dai poliziotti e, in via dimostrativa, vennero manganellati sotto la pianta dei piedi e sulle gambe. Vennero sequestrati i documenti e i bagagli di tutti gli/le attivisti/e e, in meno di un’ora e mezzo, furono caricati/e sotto la minaccia dei mitra spianati su un aereo che li scaricò all’aeroporto di Atene. Un gruppo di militari, col ghigno sorridente, spingendoli verso la scaletta dell’aereo, promise: “Ci rivediamo alla prossima partita del Maccabi contro la Virtus”.
Il corteo
Se per la Digos i partecipanti alla manifestazione erano almeno 5.000, significa che in questo corteo, tanto osteggiato e avversato, un po’ di persone a sfilare verso il paladozza di piazza Azzarita ci è andato. Il clima nei giorni precedenti era stato pesante, il dibattito che si era acceso sui media e nei palazzi della politica istituzionale aveva di fatto “espropriato” al movimento per la Palestina i motivi della mobilitazione.
Una larga parte della città trasformata in “zona rossa”, 500 agenti posizionati nei “punti cruciali”, chiuse le scuole in anticipo, svuotate le strade attorno al palasport da auto e cassonetti, c’erano tutte le condizioni per creare un clima di paura e per consigliare a tutte e a tutti di restarsene chiusi/e in casa.
Palloni da calcio e basket sporchi di sangue, e striscioni per mostrare a Israele il “cartellino rosso”, alle 18, il concentramento in piazza Maggiore ha iniziato a formarsi. Sulle prime, la piazza non era particolarmente affollata, ma poi, in poco tempo, si rimpolpava di tante ragazze e tanti ragazzi. E questo è stato il comprovato contrassegno di tutte le mobilitazioni per Gaza, anche stavolta a questo corteo il novanta per cento dei manifestanti era composto da giovanissimi/e.
Con buona pace di chi, come il presidente del quartiere Porto-Saragozza, ha scritto che “migliaia di criminali violenti provenienti da fuori Bologna si stavano dando appuntamento per creare il caos, e lo si sapeva da giorni, forse da settimane”.
Tutti “estremisti”? Forse… Tutti “provocatori”? E’ dura, anche solo pensarlo… Tutti “imbecilli”?… che gli acuti commentatori continuino pure a deliberarlo.
Per capirci qualcosa di questo “nuovo movimento”, consigliamo di frequentarlo quando si palesa nelle piazze e nelle strade.
Ed è bene descrivere una cronaca un po’ diversa da quella che si è letta sullo svolgimento del corteo. La sfilata è stata di fatto fermata in via Marconi, lungo il percorso che era stata concordato, dove un ingente spiegamento di polizia dislocato all’incrocio con via Lame è stato schierato a pochi passi dalle/i manifestanti e utilizzato dalla gestione dell’ordine pubblico per spezzare il corteo in tre parti.
La testa è stata subito oggetto dei getti potenti dell’idrante della polizia, utilizzato in modo massiccio a più riprese. Dalla parte centrale del corteo sono stati lanciati fumogeni, petardi e fuochi artificiali, dalla parte delle forze dell’ordine sono stati sparati molti candelotti lacrimogeni e sono partite le prime cariche.
Il blocco finale della manifestazione, di fronte alle cariche effettuate dalla polizia in via Marconi, è indietreggiato verso piazza Malpighi; quando i blindati dei carabinieri che erano in coda hanno avanzato velocemente, con i militi pronti per caricare, i manifestanti hanno svoltato verso piazza San Francesco. Erano centinaia di persone quelle che, con calma, hanno imboccato via del Pratello per raggiungere un zona più tranquilla: prima hanno dovuto allungare il passo, poi sono state costrette a correre perché un drappello di poliziotti è arrivato a spron battuto coi manganelli alzati. Gli agenti hanno regalato fendenti a chiunque capitasse sotto tiro, che fossero avventori dei locali o manifestanti poco contava.
Dato che sono state proposte dai media ufficiali solo descrizioni di manifestanti “accaniti” predisposti a distruggere tutto, quello che noi abbiamo visto in via del Pratello (dato che non l’ha scritto nessuno) è l’episodio di un ragazzo rincorso dai poliziotti che, urtando una sedia di un locale, la rovesciava casualmente. Dopo di che si è fermato per rimetterla a posto, rischiando di essere acciuffato dagli uomini in divisa. E, forse, lo ha fatto per dimostrare che i manifestanti non erano lì per attaccare la città.
Una memoria non condivisa
Tornando al boicottaggio sportivo che sta alla base delle proteste della partita Virtus-Maccabi, va detto che Israele ha sempre cercato di utilizzare gli eventi sportivi internazionali per ripulire l’immagine che le sue politiche basate su razzismo e belligeranza gli hanno procurato. Per queste ragioni il boicottaggio delle sue squadre, nei diversi settori dello sport, è un aiuto concreto alla causa palestinese.
Da questo punto di vista un insegnamento importante può venirci dal boicottaggio internazionale che subì il Sudafrica durante gli anni del suo regime di apartheid. La campagna internazionale per isolare il paese segregazionista portò alla sua esclusione dalle Olimpiadi e al divieto di partecipare alle competizioni internazionali in quasi tutte le discipline sportive. Ma nel luglio del 1981 la federazione del rugby della Nuova Zelanda ruppe il patto che vari paesi avevano sottoscritto, decidendo di ospitare un tour degli Springboks, la fortissima nazionale sudafricana, fiore all’occhiello del regime di Pretoria: una squadra composta solo da giocatori bianchi afrikaner.
Nel sonnolento paese oceanico, da sempre in grande concorrenza col Sudafrica per conquistare lo scettro del migliore sui campi della palla ovale, scoppiò una vera e propria “guerra del rugby”. Le proteste spaccarono in due il Paese ed ebbero un effetto deflagrante (si parlò di “maggio francese” neozelandese), a portarle avanti furono soprattutto i maori e la componente più radicale della popolazione bianca. Insieme al boicottaggio del razzismo sudafricano, furono avanzate rivendicazioni non solo per i diritti della etnia indigena, ma anche delle donne e di ogni possibile “diversità”. E dissero no in molti, in un paese dove il rugby era tutto.
Per far effettuare “regolarmente” il tour degli Springboks la polizia organizzò, per la prima volta in Nuova Zelanda, squadre di agenti in assetto antisommossa che avevano il compito di difendere la squadra sudafricana. Il primo tentativo di contestazione e di blocco di una partita si verificò il 22 luglio a Gibsone, quando venne fatta un’invasione di campo. Gli agenti intervennero e trascinarono fuori dallo stadio i protestatari. Il 25 luglio successivo 350 manifestanti sfondarono una recinzione e fecero invasione di campo al Waikato Stadium di Hamilton.
Nel primo dei dei tre test match tra Springboks e All Blacks, che si tenne il 15 agosto al Lancaster Park di Christchurch, un gruppo di oppositori riuscì a sfondare il cordone di sicurezza, facendo invasione di campo. All’esterno dello stadio gruppi di manifestanti affrontarono la polizia in antisommossa che riprese in mano la situazione solo quando gli agenti riuscirono a disperdere la folla.
Fu a Wellington, il 19 agosto, che si tenne il secondo test match in programma. Gli oppositori, che volevano sabotare la riuscita dell’incontro, danneggiarono le strutture per le telecomunicazioni, compresi alcuni ripetitori. I manifestanti, per affrontare la polizia in antisommossa, si attrezzarono indossando caschi da motociclisti. Per impedire il tentativo di invasione di campo la polizia circondò lo stadio col filo spinato.
Nell’ultimo dei test match, in programma ad Auckland, ai manifestanti si unirono alcune gang di strada composte da giovani di origine maori e polinesiana. Non ci furono invasioni di campo, ma ai primi lanci di candelotti lacrimogeni, si rispose con un piccolo aereo che sorvolò l’Eden Park, sganciando sullo stadio sacchi di farina.
Il bilancio delle proteste contro il tour degli Springboks fu il seguente: 1250 arresti (comprendenti i 207 dell’ultimo incontro ad Auckland); campi da rugby trasformati in fortezze, con containers e fili spinati; scontri nelle strade, come mai era accaduto in Nuova Zelanda.
L’African National Congress, il partito di Nelson Mandela, cardine della lotta contro l’apartheid, ringraziò i giovani contestari neozelandesi, la campagna contro il tour degli Springboks fu un momento fondamentale della lotta per smantellare il regime segrazionista sudafricano.
Chissà cosa scriverebbero oggi su simili proteste quelli che hanno la “verità in tasca”… E non ci si venga a dire che la situazione è diversa… Sì, è vero, Israele oltre all’apartheid, nei confronti dei palestinesi, ha provocato anche un genocidio con più di 65.000 morti e 165.000 feriti.
Un ultimo piccolissimo ricordo
Per finire, due parole sul ministro dell’Interno, il “muscolare” Piantedosi stando alle affermazioni del sindaco Lepore, colui che, per il primo cittadino, ha avuto colpe ed errori di valutazione sulla gestione dell’ordine pubblico.
Quando il dottor Piantedosi se ne andò da Bologna, per ricoprire un incarico a cui “non poteva dire di no per il proseguimento della sua brillante carriera” (capo di gabinetto del ministro Salvini al Viminale), gli esponenti di ogni parte politica salutarono l’evento come il riconoscimento di anni di proficuo lavoro sotto le Due Torri: si parlò di prefetto del dialogo, di grande mediatore, di un funzionario dello Stato che diversi sindaci di centrosinistra avrebbero voluto come assessore alle Politiche sociali del loro Comune.
Matteo Piantedosi venne nominato prefetto di Bologna nel 2017 da Marco Minniti (Pd), poi venne chiamato come capo di gabinetto da Salvini, allora ministro dell’interno, nel primo governo Conte, quello “gialloverde”. Fu il braccio esecutivo della politica via twitter del vice presidente del Consiglio, si iniziò a parlare più frequentemente di lui con il caso della nave Diciotti (l’ordine di non attraccare a un porto partiva da delle sue telefonate e non non da un atto scritto) per cui fu iscritto al registro degli indagati insieme a Salvini. Successivamente, ebbe di nuovo una grande visibilità per via della circolare in cui si ordinava una vera e propria accelerazione per un piano di sgomberi di immobili occupati, fornendo indicazioni precise su come gestire “l’ordine e la sicurezza pubblica” e le fasi delle procedure di sfratto dei cosiddetti abusivi (“Attendere agli sgomberi con la dovuta tempestività, rinviando alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze”).
Secondo quel documento “l’occupazione degli immobili costituisce da tempo una delle principali problematiche che affliggono i grandi centri urbani del Paese” e altresì si rileva che “la gestione del tema dell’occupazione arbitraria degli immobili non ha compiuto significativi passi avanti, se non rispetto alle misure di natura preventiva rivolte ad evitare nuove occupazioni”.
Caduto il “Conte uno”, con il “Conte due” Piantedosi restò in piedi, anzi proseguì nella sua carriera: la ministra Lamorgese (ministra dell’interno prima col governo Conte 2 e poi con il governo Draghi) lo nominò prefetto nella prefettura più ambita d’Italia, quella di Roma.
E quello fu un trampolino di lancio eccellente per la sua nomina a ministro col governo Meloni.
Un percorso senza ostacoli, con quattro maggioranze diverse: un vero uomo al servizio delle istituzioni.
Chi lo critica giustamente oggi, però, dovrebbe fare quantomeno ammenda per averlo messo sulla rampa di lancio per una carriera folgorante. Crediamo sia difficile che questo accada.
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