La denuncia dal centro comunitario dedicato alla prevenzione dell’Aids, nato da Plus, associazione di persone lgbt+ sieropositive. Intanto in via Casarini è nato il Laboratorio ginecologico popolare, per “difendere diritti sulla salute sessuale e riproduttiva”.
Da più di dieci anni a Bologna, in via San Carlo c’è il primo centro comunitario in Italia per test HIV, HCV, sifilide e counselling. Si chiama BLQ Checkpount e nasce dal percorso di Plus, associazione di persone lgbt+ sieropositive. Non ha mai avuto vita semplice, tra provocazioni e una chiusura sventata due anni fa. Dall’anno scorso, per potere continuare con efficacia le proprie attività, si è trovato a dovere intraprendere un dispendioso adeguamento degli spazi, per realizzare un ambulatorio medico a tutti gli effetti: “Un passo fondamentale verso il potenziamento dei servizi rivolti alla prevenzione dell’HIV e alla promozione della salute e benessere sessuale”, scrive Plus in un comunicato. Tuttavia, a più di un anno dalla progettazione, i lavori non sono ancora iniziati. A bloccarli, una serie di ostacoli burocratici e istituzionali che si rincorrono tra Regione, Auls e Comune. Un immobilismo che rischia di compromettere la sostenibilità di un intervento che ha già comportato mesi di studio e investimenti economici da parte di Plus, e che si configura sempre più come un freno all’efficacia di un’azione di salute pubblica sul territorio”.
Spiega ancora Plus che a causare il ritardo c’è anche “la circolare della Regione Emilia-Romagna che impone agli infettivologi di erogare la PrEP (profilassi pre-esposizione, una strategia di prevenzione dell’HIV, ndr) esclusivamente presso i propri ambulatori ospedalieri ha di fatto ignorato l’esperienza pluriennale del PrEP Point, attivo al BLQ Checkpoint dal 2018 in collaborazione con il reparto di Malattie Infettive del Policlinico S. Orsola, che ha seguito 357 persone nel loro percorso di prevenzione. Anche le verifiche tecniche dell’AUSL di Bologna hanno richiesto tempo per riconoscere la natura specifica del BLQ Checkpoint: non un ambulatorio ospedaliero, ma un centro di comunità, basato sull’ascolto, il counselling e la prevenzione peer-to-peer. Una volta compreso questo elemento distintivo, l’Azienda Sanitaria ha mostrato apertura, con l’augurio che possa diventare un partner attivo nel rilancio del progetto”. Infine, il Comune “ha fermato l’approvazione del progetto architettonico, che prevedeva un adeguamento non strutturale ma funzionale degli spazi, con soluzioni di arredo (ossia una libreria) conformi ai requisiti igienico-sanitari. Ad oggi, 14 luglio 2025, il BLQ Checkpoint è ancora in attesa di risposte concrete da parte dell’amministrazione e delle forze politiche che si erano impegnate a sostenere il progetto”.
BLQ Checkpouint è “un modello di sanità di prossimità che funziona” e che “ha contribuito, dati del servizio epidemiologico regionale alla mano, alla riduzione significativa delle diagnosi in fase avanzata rispetto ad altri capoluoghi di regione”, rivendica Plus, “eppure, a fronte di questi risultati, si continua a riscontrare un disinteresse istituzionale preoccupante. La comunità continua a chiedersi cos’altro debba ancora accadere affinché venga riconosciuto il valore del nostro lavoro”:
Ribadendo dunque la richiesta a Comune, Regione e Ausl di adempiere a quanto necessario, l’associazione conclude: “Non possiamo più permettere che l’HIV venga reso ulteriormente invisibile nel dibattito politico e sanitario, mentre le nuove diagnosi aumentano e i servizi di prevenzione vengono sistematicamente ostacolati. Perché se nulla si muove, a guadagnarci sarà solo il virus“.
Recentemente, intanto, il Laboratorio di salute popolare ha annunciato l’apertura del Laboratorio ginecologico popolare, in via Casarini 40, uno spazio che risponde alla necessità di “difendere diritti sulla salute sessuale e riproduttiva, minati ogni giorno dalle politiche di un governo autoritario e repressivo che continua a tagliare fondi e servizi pubblici essenziali in favore di una sanità totalmente privata e di modelli di salute sempre più patologizzanti e controllanti, tentando di eliminare ogni strumento di autodeterminazione. Ci basti guardare ai finanziamenti proposti alle associazioni anti-abortiste negli ultimi anni, ai tentativi di farli entrare all’interno delle strutture sanitarie pubbliche per garantirgli una co-gestione dei programmi aziendali; ai tagli di risorse e personale operati nei confronti dei consultori, dei centri anti-violenza e delle associazioni a loro affiliate; alle continue minacce verso la comunità LGBTQIA+ in termini di tagli ai progetti promossi dalle associazioni che la rappresentano e negazione di diritti”
“Per rispondere a tutto questo”, prosegue il laboratorio, “sono necessari anzitutto luoghi sicuri, accessibili, non giudicanti – è necessario creare e consolidare una rete di solidarieta che sia in grado di vincere la linea dell’odio e del terrore, dell’ignoranza e della violenza proposte da questo governo – costruendo al suo posto una solida alternativa fatta di accoglienza e ascolto, formazione e informazione, confronto orizzontale. Tutto cio per noi rappresenta l’unico modo possibile di promuovere cura e produrre salute”.
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