L’onda lunga che ha sommerso le piazze italiane lo scorso 22 settembre per gridare basta con il genocidio del popolo palestinese ha abbracciato questa settimana, nella nostra regione, la Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati.
Cinquecento persone all’assemblea con Francesca Albanese indetta dai portuali di Ravenna. Il Teatro Collegio di San Carlo a Modena gremito con lunghe file esterne per la presentazione del suo libro “Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina” al Festival di giornalismo DIG. Più di duemila persone domenica a Bologna hanno riempito il cortile del chiostro di Làbas e l’arena Orfeonica prospiciente, con lunghe file per tutta via San Vitale di chi non è riuscito ad entrare. Pubblichiamo un reportage dell’incontro coi portuali di Ravenna perché ci è sembrato il più operativo sulle cose da fare nelle prossime settimane per isolare a tutti i livelli il Governo israeliano.
L’incontro coi portuali di Ravenna
È uscita con forza la proposta del blocco dei carichi commerciali e di armi,
lavorando alla costruzione di una rete tra i vari porti.
di Manuela Foschi
“Quello che succede nel porto di Ravenna è gravissimo”. Lo ha ripetuto Francesca Albanese, Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati da Israele, che è stata sanzionata pesantemente dall’amministrazione Trump per aver fatto i nomi delle multinazionali coinvolte nel genocidio di Israele nel suo rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”. Invitata il 26 settembre a Ravenna per un convegno organizzato da tante associazioni delle società civile, Francesca Albanese ha voluto prima di tutto raggiungere il Terminal Container del Porto di Ravenna (in via Classicana) dove sono passati i container che trasportano armi per Israele, per incontrare l’appena nato Cap, il Comitato autonomo portuale di Ravenna con il quale ha parlato per circa un’ora. “Sono qui innanzitutto per ascoltarvi e capire il vostro punto di vista, ho capito qual è la situazione. Quello che succede nel porto di Ravenna è gravissimo e si sapeva: ancor più mi preoccupa quello che non si sa e se nelle istituzioni si sono convinti che le cose vanno cambiate. Non è il primo genocidio che succede sotto i nostri occhi, ma è il primo che possiamo fermare e di cui abbiamo consapevolezza. Io vi ringrazio tutte e tutti dei sacrifici che fate e dei rischi che prendete, lo so che è dura. La cosa più importante è fare rete. Perché se Trieste blocca i carichi e poi sono accettati a Ravenna, o quest’ultima rifiuta e poi li accetta Ancona non ha senso.
Il traffico di armi con Israele ci rende tutte e tutti complici, quindi va fermato. Ho chiesto un incontro con il presidente dell’Autorità portuale ma non ho ricevuto risposta, mi incontrerò invece con il sindaco per esporre i miei dubbi e le mie preoccupazioni, perché devono capire che esiste anche la responsabilità penale personale”.
Il 18 settembre grazie al Cap, che ha avvisato il sindaco e che a sua volta ha convinto Sapir (la Spa che gestisce il Terminale portuale di cui il Comune è azionista) sono stati bloccati due camion con container di munizioni da imbarcare. Ma i portuali dicono che quei container sono stati ritrovati vuoti a Praga, e il contenuto potrebbe già essere in Israele. Axel del Cap ringrazia Albanese e dice: “C’è ancora tanto da fare e noi vorremmo aiutare i lavoratori ed essere al servizio di sindacati e istituzioni per far si ché Ravenna non prenda parte a questo massacro-genocidio. Il lavoro che abbiamo fatto è stato mettere insieme sindacato, lavoratori e istituzioni e ciò ci ha permesso di essere schierati dalla stessa parte”.
Francesca Albanese rassicura i giovani portuali dicendo loro che le leggi ci sono, il quadro normativo è perfetto ma va applicato: “Ci sono i Giuristi e Avvocati per la Palestina, che ad oggi sono più di 80, e spiegano le violazioni giuridiche e offrono servizi alle istituzioni locali. Le risorse ci sono ma bisogna farle funzionare. Nel vostro caso la legge 185 del 1990 è violata se si garantisce il transito di armamenti, e c’è anche una violazione dell’accordo internazionale sulla circolazione di armi. Dal punto di vista legale è un caso già vinto ed è per questo che le autorità pubbliche non possono dire non sappiamo, abbiamo dubbi, non ci compete. Ti compete se sei un’autorità pubblica e anche se sei un’autorità privata. E’ importantissimo che la cittadinanza comprenda e vi sostenga e si schieri”.
Axel del Cap: “C’è stata molta solidarietà sui social e alle manifestazioni e ci teniamo a rappresentare quei lavoratori che ci hanno informato e non si possono esporre. Loro sono i veri eroi”. Albanese è venuta a conoscenza che quel giorno stava arrivando un carico commerciale da Haifa, così ha chiesto ai lavoratori portuali come intendevano gestire la situazione e ha chiarito il perché non va fatta differenza tra armi e altre merci: “Non deve essere un problema il traffico commerciale in entrata. Mi sembra di capire si tratti di farmaci e prodotti ortofrutticoli, ebbene l’industria israeliana si basa sullo sfruttamento delle risorse palestinesi, terra, acqua, gas e minerali ed è così dall’inizio dell’occupazione dei territori palestinesi. Non c’è distinzione tra colonie e Israele. Siamo di fronte ad uno Stato che commette crimini di guerra contro l’umanità e genocidio, documentati dai più alti organismi di giustizia internazionali. Crimini di guerra sono l’istituzione delle colonie, gli sfollamenti forzati, la tortura usata in modo sistematico e diffuso. Non si commercia con Israele. Questa cosa dobbiamo capirla. La Palestina non è in guerra ma è un popolo che resiste da decenni all’occupazione permanente, all’apartheid. La Corte di Giustizia Internazionale aveva dato un anno ad Israele per ritirarsi dai territori occupati. Questo termine scaduto il 18 di settembre non è stato rispettato e la Corte ha ordinato di interrompere ogni rapporto commerciale con Israele. E’ sbagliato non prendere posizione sulle merci commerciali. Se le democrazie bianche occidentali sostennero l’apartheid in Sudafrica abbiamo ora la possibilità di non comportarci allo stesso modo con i Palestinesi contro i quali c’è anche un razzismo di fondo che rende le loro morti invisibili. E’ terribile quello che sta succedendo a questo popolo”.
Come possiamo fare? Le chiedono i portuali. E lei risponde: “La bacchetta magica non ce l’ho, ma ho deciso di impegnarmi perché mi rattrista moltissimo che dal punto di vista istituzionale in Italia si sia raggiunto un punto così basso. Il fatto che si usi il podio delle Nazioni Unite per offendere la Global Sumud Flotilla invece di difendere i diritti umani è gravissimo. La tragedia palestinese sta portando alla luce quello di cui facciamo parte. Siamo davvero democrazie liberali che garantiscono i princìpi fondamentali? Il mio ultimo rapporto alle nazioni Unite ha dimostrato che ci sono maglie economiche e finanziarie più importanti purtroppo dei diritti dei palestinesi e dei diritti di tutti voi. Il lavoratore che protesta può perdere il lavoro è vero ma nessuno deve pagare in prima persona e questo si può ottenere solo con la solidarietà, come fanno i palestinesi che si aiutano gli uni con gli altri. Questa è la vera umanità e si vede molto di più dove il capitalismo non ha attecchito. Questa è la grande lezione di oggi, bisogna ripensare ad una società che abbia meno privilegi per pochi e più diritti per tutti. Nessun lavoratore, studente o persona che protesta dovrebbe perdere lavoro o diritti per essere stato dalla parte giusta”.
Inoltre il porto di Ravenna ha un altro grosso problema riprende Albanese: “E’ coinvolto nel progetto Undersec del programma europeo Horizon che trasferisce fondi europei ad Israele sostenendo progetti di ricerca in apparenza neutrali ma che invece non lo sono. L’impegno di oggi è vedere quali altri porti abbiano accordi in questo senso. E’ importante chiedere aiuto ai presidenti delle Regioni e coinvolgerli”.
Il porto ravennate collabora direttamente con l’Università di Tel Aviv, il ministero della Difesa d’Israele e la Raphael che produce armi: “Si sa pochissimo di quello che viene fatto ai palestinesi. Anche in questo momento sono uccisi con armi non convenzionali adattate da ingegneri. C’è gente che studia come diventare fornitrice dei servizi per l’industria del genocidio. Ce lo dicono direttamente gli accademici israeliani che le università sono i primi poli di concezione dell’armamentario narrativo e operativo della loro apartheid. L’impunità e l’illegalità di Israele ha raggiunto un punto di non ritorno e la chiusura nei suoi confronti deve essere totale”.
Le associazioni che con la giornalista Linda Maggiori hanno organizzato il convegno con Francesca Albanese al Manualetto presso la Darsena (sala piena con 500 persone e fuori molta gente che sperava di entrare) chiedono: divulgare le informazioni sul traffico di armi: lo stop di ogni container diretto ad Haifa; annullare tutte le rotte almeno fino a quando non cesserà il genocidio. Il porto di Ravenna in questi anni ha firmato importanti contratti commerciali con la compagnia navale israeliana Zim e la compagnia MSC che fanno settimanalmente rotta verso Israele. Ieri attraccata al porto ravennate c’era proprio una nave MSC. Forse nei prossimi giorni si sapranno che carichi sono stati imbarcati.
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