In via Azzo Gardino 61 non sono bastati 25 anni per trovare un utilizzo del prestigioso immobile che continua ad essere murato e abbandonato al degrado e alla polvere.
Un tempo, nei giochi delle/i bambine/i, andavano forte le filastrocche con il conteggio delle posizioni, una volta toccava ad uno, una volta toccava a un’altra. Una di quelle che andava per la maggiore era: “Ponte… polenta… ponte… pi… ponte… pi… perugia… ponte… polenta… ponte… pi… ponte… ponte… pi”.
Probabilmente i dirigenti del Comune di Bologna e dell’Agenzia del Demanio che in questi anni hanno seguito la vicenda della Palazzina Magnani di via Azzo Gardino 61 da piccoli giocavano con quella filastrocca e hanno pensato bene di utilizzarla per passarsi l’immobile, “una volta a me… una volta a te”, con una sequenza di trattative la cui serialità potrebbe essere utilizzata per un’intrigante fiction televisiva.
E’ di questi giorni, infatti, la notizia che una delibera della Giunta comunale ha delegato gli uffici competenti ad avviare un percorso per restituire al Demanio il prestigioso immobile di via Azzo Gardino che doveva diventare la sede del Museo Morandi, e che per questo era stata acquistata per 1,9 milioni da Palazzo d’Accursio nel 2020. In cambio l’Agenzia del Demanio darà in permuta al Comune l’ex area Assi (Agenzia per lo sviluppo del settore ippico), tra via Bassanelli e via dell’Arcoveggio, a fianco all’Ippodromo.
Con questa nuova accomodante intesa diventeranno 25 gli anni in cui la Palazzina Magnani è rimasta vuota e abbandonata, all’interno di un’area culturalmente e socialmente piuttosto viva, posta tra la facoltà di Scienze della Comunicazione e il cinema Lumière, nelle vicinanze del Centro CostArena, del Cassero e del Mambo.
Prima degli anni 2000 era la sede del Dopolavoro della Manifattura Tabacchi, dopo l’alienazione della fabbrica pubblica chiuse i battenti.
L’unico intermezzo a questo regno della polvere e del degrado, avvenne con la breve occupazione dal 6 al 19 dicembre 2003, con la nascita di Vag61, per dare vita a un media center autogestito, legato all’esperienza del movimento no global, che come prima iniziativa organizzò un meeting contro la letale Legge Gasparri sull’informazione da poco approvata.
Poco prima di Natale però polizia e carabinieri arrivarono e sgomberarono l’immobile, così come arrivarono dopo poche ore per impedìre, negli anni successivi, altre occupazioni.
L’acronimo di via Azzo Giardino 61, con i suoi progetti (alla fine gli unici seri e concreti che abbiano girato da quelle parti), trovò sede qualche mese dopo in via Paolo Fabbri 110 e ancora lì porta avanti le sue attività.
La Palazzina Magnani, invece, ha cambiato teoricamente destinazione d’uso per quattro o cinque volte, con un’unica certezza di rimanere chiusa e murata per più di due decenni.
La parola migliore da usare in questi casi sarebbe “vergogna”, ma è stata talmente inflazionata che può essere semplicemente sostituita con un “fate veramente schifo”.
Poi sapere che l’Agenzia del Demanio «ha avviato interlocuzioni con il ministero della Cultura che ne ha ipotizzato un utilizzo ad hub culturale» ci porta a scommettere che quel luogo sarà ancora per diversi anni uno straordinario “museo della polvere”.
Che dire poi dell’area a fianco all’Ippodromo, rimasta fino ad ora (usando un termine più gentile) in una sorta di “indeterminatezza” urbanistica. Il Comune, a pochi mesi dalla fine della convenzione con gli attuali gestori dell’Ippodromo, un’idea su come utilizzare quella quantità di terreno e tutte le strutture che vi sorgono non ce l’ha.
Forse farebbe bene a leggersi le proposte di Bologna for Climate Justice sull’utilizzo dell’area, ma, statene certe/i non lo farà.
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