Addio al gappista Renato Romagnoli. Lo ricordiamo con un’intervista che ha diversi anni ma è ancora molto attuale: un filo rosso tra l’esperienza della Resistenza e temi come il fascismo contemporaneo, il G8 di Genova, la guerra in Iraq.
“Con il 25 aprile la nostra guerra non è finita, ma iniziata. Nessuno lo ricorda ma dopo la Liberazione la democrazia ha perseguitato i partigiani”. Così raccontava uno di loro, uno dei protagonisti della Resistenza a Bologna: Renato Romagnoli, nome di battaglia Italiano, che ieri ci ha lasciato all’età di 99 anni. Le sue parole appena citate sono tratte da un’intervista che Italiano rilasciò molti anni fa, nel 2005, a una fanzine universitaria che si chiamava Visti dalla Luna, attraversata anche da una parte della futura redazione di Zic.it: in questa pagina riproponiamo oggi quell’intervista perchè, a distanza di tanto tempo, il pensiero di Italiano ha ancora molto da dire tanto sulla guerra di Liberazione quanto sull’oggi e sull’attualità dell’antifascismo.
Ma prima di rileggere le risposte che diede agli studenti che lo incontrarono nel 2005, chi era Italiano? Come racconta l’Anpi, Renato Romagnoli nasce a Bologna il 20 dicembre 1926. Dopo le prime attività antifasciste clandestine e un periodo di arresto, a partire dal 1943 “contribuisce alla formazione dei primi gruppi partigiani sulle montagne venete- continua l’Anpi- assumendo il nome di battaglia ‘Italiano’. Rientrato a Bologna il 7 aprile 1944, diviene componente della 7ª Brigata Garibaldi GAP. Protagonista della Resistenza in città, il 9 agosto partecipa con altri dodici gappisti all’azione per la liberazione dei detenuti politici e di altri duecento detenuti comuni nel carcere di San Giovanni in Monte in pieno centro storico; partecipa alle battaglie di Porta Lame (7 novembre) e della Bolognina (15 novembre), entrambe contro preponderanti forze nazifasciste. A novembre comincia una vasta, sanguinosa offensiva anti partigiana con delazioni, spionaggio, infiltrazioni, torture, assassinii, deportazioni nei lager. Così la 7ª GAP, al comando di Italiano, ha il compito di selezionare un gruppo ristretto ma affidabile per costituire un corpo di polizia partigiana, proteggere i combattenti e le loro famiglie, colpire il nemico nei suoi gangli militari e politici”.
Il 21 aprile 1945, giorno della Liberazione di Bologna, “Italiano con i suoi compagni partecipa alla presa del centro cittadino e degli uffici pubblici. La Repubblica riconoscerà il suo contributo decorandolo con la Medaglia d’Argento al Valor Militare“. Ma nei primi anni di quella stessa Repubblica, ricostruisce ancora l’Anpi, Italiano fu “vittima della persecuzione anti partigiana e anticomunista”, ritrovandosi anche licenziato per discriminazione politica: “Costretto all’espatrio, viene più volte imprigionato con inconsistenti accuse prefabbricate, e infine assolto nel processo. Assunto in Comune, dove lavorerà per diciannove anni, nel 1953 viene nuovamente licenziato per discriminazione politica da parte dell’allora prefetto e poi reintegrato. Negli anni seguenti ha ricoperto incarichi nel Pci”, poi dal 1975 è entrato nella dirigenza dell’Anpi provinciale di Bologna di cui è stato infine presidente dal 2014 al 2016: è stato l’ultimo partigiano attivo nella Resistenza a guidare l’associazione.
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(da Visti dalla Luna – 2005)
LEZIONI PARTIGIANE
Il fascismo che ancora oggi attraversa la società e i governi, il G8 di Genova, i partigiani perseguitati dopo la liberazione, la resistenza irachena
Sottratta alla retorica celebrativa che di fatto ha imbalsamato la Resistenza, con il chiaro obiettivo di superarne la vittoria militare ed assicurarne la sconfitta politica, l’esperienza di venti mesi di lotta partigiana ha ancora molto da dire. Un esempio sono le parole chiare e dirette di Renato “Italiano” Romagnoli, protagonista con la settima Gap della lotta antinazista e antifascista nel bolognese. “Il fascismo non si esprime solamente attraverso la violenza- spiega Italiano- per quanto ciò che è successo al G8 di Genova dimostra che appena può lo fa”. Ancora oggi attraversa la società, i Governi e la scuola: “E non ho mai sopportato che nella sinistra ciò non venga detto ad alta voce”.
Per quanto si sia voluta propagandare il falso mito dell’Italia democratica nata dalla Resistenza, quindi, la continuità tra il ventennio l’età repubblicana è innegabile. “Con il 25 aprile la nostra guerra non è finita, ma iniziata. Nessuno lo ricorda ma dopo la Liberazione la democrazia ha perseguitato i partigiani. Ufficialmente, e soprattutto all’estero, il movimento partigiano è stato esaltato, certo, ma i singoli hanno pagato duramente con licenziamenti, carcere, repressione. Ci vietarono senza mezzi termini di entrare nelle forze di polizia perché avevano paura e a me fu addirittura vietato di prendere la patente. Chissà, forse perché così in caso di rivoluzione non avrei potuto guidare il carro armato”.
Ai fascisti, al contrario, nessuno ha presentato il conto. “Noi eravamo contrari all’amnistia voluta da Togliatti- spiega Italiano- ma è ancora più grave che almeno non sia stato rispettato il comma che la rendeva non valida per i fascisti colpevoli di atti violenti. C’è chi l’ha fatta franca perché alcuni magistrati hanno ritenuto che torturare un partigiano strappandogli gli occhi non è un crimine particolarmente violento! Così, con la Democrazia Cristiana che si è fatta carico di dare copertura ai fascisti, oggi ci troviamo con un brigatista nero come Tremaglia che fa il ministro. Non stupisce poi che nascano fenomeni come Forza Nuova. Se non si fa niente per impedirlo, è fisiologico che succeda”.
Contemporaneamente, si fa di tutto per restringere l’agibilità di chi invece la continuità ha deciso di stabilirla con la Resistenza, fatto passare così come i partigiani per terrorista. “Andate a vedere le pagine del Resto del Carlino di allora, ci troverete le stesse frasi usate adesso per voi che fate resistenza oggi. E poi cosa significa terrorismo? Quando mettevamo una bomba poteva succedere che ci andasse di mezzo qualcuno che non c’entrava niente. Se questo significa essere terroristi, allora lo eravamo”.
Stessa concretezza riguardo alle cosiddette guerre umanitarie di oggi, come quella in Iraq. “Una guerra sbagliata e frutto di menzogne. Non c’è dubbio che qualsiasi popolo occupato abbia tutto il diritto di resistere, come può. Si difendono come ci difendevamo noi, anche se senza kamikaze. Eravamo sì disposti a morire, ma se possibile provavamo ad evitarlo…”.
Mentre aspetta ancora che “il Carlino dia finalmente notizia del colpo di mano con cui liberammo i detenuti politici dal carcere di San Giovanni in Monte…”, Italiano continua a raccontare con lucidità e rabbia, per ribadire che “un vero partigiano non va mai in pensione”.
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