Più di 50.000: una marea, con ragazze e ragazzi, uomini e donne di tutte le età che hanno invaso la città e l’hanno bloccata. Occupate le corsie di tangenziale e autostrada, la polizia in azione con idranti e lacrimogeni. Quattro persone arrestate e altre cinque fermate.
Questi numeri la maggior parte dei e delle manifestanti non li aveva mai visti. Solo i più vecchi si ricordano di qualcosa di simile negli anni Settanta o nelle manifestazione dei No Global contro la guerra in Iraq più di 20 anni fa. Ma le strade di oggi sono state invase da loro: giovani e giovanissime/i, e loro tanta così gente in corteo non l’avevano mai incontrata.
«Ma dove eravate fino a qualche giorno fa? Da dove siete spuntati? Siete tanti quasi troppi… No, non si è mai troppi per queste battaglie», dice una manifestante soddisfatta, sperando che questa giornata produca una spallata.
Bisogna sicuramente ringraziare i sindacati di base che si sono assunti la responsabilità di chiamare uno sciopero generale per la Palestina, uno sciopero politico contro lo sterminio dell’esercito israeliano nei territori di Gaza e della Cisgiordania. Non era facile pensare che, in periodi di magra come questi, tante persone (che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese) avrebbero rinunciato a una giornata intera di stipendio, per sostenere una causa “giusta e necessaria”, per gridare “basta” alla carneficina quotidiana di donne, bambini e uomini palestinesi. Ma l’hanno fatto perché erano schifati/e anche dall’immobilismo degli Stati, dalla mancanza di coraggio istituzionale per porre fine ad ogni rapporto economico, politico, culturale e diplomatico con lo Stato di Israele. E’ stata una scommessa vinta perché da settimane stava covando una vera e propria rivolta di coscienze, preparata per giorni con manifestazioni, azioni di pressione, incontri e assemblee.
Se è stato quasi impossibile contare le presenze in piazza, il colpo d’occhio dall’alto su piazza Maggiore e piazza Nettuno non lasciava dubbi sulla loro “pienezza”. E se qualcuno poteva essere ancora dubbioso e pignolo sui numeri dei/delle manifestanti gli abbiamo suggerito questo dato: la testa del corteo era davanti alla stazione e in coda uscivano ancora persone da piazza Nettuno.
Allo stesso modo, non era semplice comporre il puzzle delle tante sigle, dei tanti striscioni, a noi basta dire: dentro quel fiume in piena c’erano almeno venti piazze in cui era possibile ritrovarsi, per affinità di contenuti, per sensibilità, per simpatia. Il debordare da una “piazza” all’altra, l’andare e il venire lungo tutto il percorso della sfilata, l’approssimarsi a una parte del corteo, l’avvicinarsi a un gruppo piuttosto che un altro, il camminare confuso, non certo per fila ordinate, sono state le caratteristiche della manifestazione. A fare da collante c’erano tre slogan ripetuti ossessivamente, utilizzando tutti gli angoli lungo il percorso (da un ponte e a un sottopasso) per amplifacarli naturalmente al massimo: “Palestina libera”, “Free Free Palestine” “Blocchiamo tutto… tutto… tutto”.
Se c’è una presenza, tra le tante, che ci sembra giusto sottolineare è quella della scuola, dal grado più basso a quello più alto. Erano tanti i bambini e le bambine delle materne e delle elementari con le loro maestre e i loro maestri, il personale Ata e i loro genitori. Poi c’erano gli studenti e le studentesse delle medie (delle tre classi e delle superiori) con le/i loro prof. I ragazzi e le ragazze dei Centri di Formazione Professionale coi loro tutor e i loro educatori. Infine, a fare il botto è stato il mondo dell’università con tanti studenti e studentesse, ma anche diversi ricercatrici/ori e docenti.
L’elenco prosegue con le centinaia di lavoratori della logistica, le occupanti di case, il personale delle biblioteche comunali che ha scioperato al 100% (mai successo), i e le dipendenti degli Enti locali, le operatrici e gli operatori delle coop sociali, ma pure le partite Iva parasubordinate e i cocopro non erano da meno. Poi lo spezzone dei Vigili del fuoco con lo striscione “soccorritori, non complici”.
Il corteo si è dato una marcia spedita, il percorso non era dei più brevi. Passando davanti alla Camera del lavoro non hanno letteralmente “fumato” i funzionari delle Cgil che dalle finestre contavanto il numero dei manifestanti, almeno dieci volte superiore a quelli del loro corteo di venerdì scorso. Forse quella scelta dello “sciopero a fine turno”, separato, non è stata delle più azzeccate. Ma che ci importa, in una giornata come questa, cataloghiamola come “una manifestazione in più non fa mai male”.
Davanti alla stazione lo schieramento di polizia era imponente, si temeva l’occupazione dei binari, la tensione non poteva che essere a mille, ma si è guardato avanti, indietro solo slogan contro gli agenti non certo da educandi.
Poi Stalingrado, il viale largo e lungo che parte dal ponte, qui se non sei in tanti ti si scopre, non puoi fare trucchi, tenere le file larghe, riempirsi di bandiere, qui ti contano e non puoi bluffare.
Qui in molti hanno contato, ma i 50.000 sembravano addirittura di più. Solo la Questura è arrivata fino a 12.000, poi si è rotto il pallottoliere.
A quel punto l’obiettivo della tangenziale è stato sempre più chiaro. I blindati hanno fatto un primo sbarramento prima dell’entrata della Fiera, c’era appena stata l’inaugurazione del Cersaie con due ministri di Fratelli d’Italia, D’Urso e Foti, poi la pressione del corteo li ha fatti indietreggiare e si sono appostati davanti le entrate del Tecnopolo.
Alla fine il corteo in tangenziale ci andato, entrando dallo svincolo numero 7. Lì ha sfilato lungo l’asse attrezzato, mentre un gruppone di manifestanti saltava i new jersey per bloccare anche l’autostrada.
Le persone erano ancora decine di migliaia e, per fare entrare tutti, la testa del corteo è uscita per imboccare via Ferrarese e rientrare in piazza dell’Unità, luogo previsto per l’arrivo finale.
A un certo punto, le/gli ultimi ragazze/i rimaste/i sull’autostrada sono stati attaccate/i dalla polizia con idranti e candelotti lacrimogeni.
Sgomberata la tangenziale, gli scontri si sono spostati su via Stalingrado, dove sono stati fermate/i otto manifestanti tra cui un minorenne. Per più di un’ora si sono verificati due scenari, quello del corteo che rientrava da via Ferrarese e, in parallelo, sull’altra strada, c’è stato il fronteggiamento tra agenti e altri/e manifestanti.
Il corteo principale è terminato alla tettoia Nervi di via Fioravanti, qui, dopo l’arrivo dei ragazzi e delle ragazze da via Stalingrado, si è deciso di ripartire in corteo verso la Questura per richiedere la liberazione delle/i fermate/i: in tutto nove persone, di cu quattro arrestate. Mentre scriviamo, ci sono ancora persone che sfilano lungo le strade del centro della città. Due delle/i manifestanti fermate/i e denunciate/i sono stati rilasciati in serata e altre tre persone si trovano in ospedale; mentre per quanto riguarda le quattro persone arrestate, tre di loro sono stati portate in carcere in attesa dell’udienza di convalida e il quarto- che è ancora minorenne- è ai domiciliari.
Per ora, non abbiamo intenzione di trarre conclusioni “ragionate” da questa straordinaria giornata di lotta, ci piace definirla come una “bella storia”, usando il linguaggio corrente dei “regaz”.
Al fotofinish, acchiappiamo un commento di un compagno (Paco) che fa al caso nostro e lo pubblichiamo: «Bologna, Milano, Torino, Brescia, Firenze, Genova, Roma e tante, tantissime, altre piazze gremite questo 22 settembre 2025. Una giornata che non dimenticheremo, una giornata che ci ricorda quanto scioperare e scendere in piazza e per le strade abbia ancora un valore, un significato, un peso politico. Oggi abbiamo deciso di “bloccare tutto” e lo abbiamo fatto tutte e tutti insieme. Perché ciò che sta succedendo a Gaza non era già accettabile da anni, lo è drammaticamente ancora meno oggi. Perchè oggi eravamo davvero in tantissime e tantissimi a chiedere con forza libertà per il popolo palestinese e un mondo migliore per tutte le comunità del Mondo, comprese le nostre».
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