Quel cinico taglio del nastro per festeggiare il già noto cohousing di via Fioravanti. Dalle ruspe democratiche sull’Xm24 agli sgomberi di Leoncavallo e Askatasuna: quella per gli spazi autogestiti era e rimane una giusta battaglia di libertà.
Qualche giorno fa il sindaco Matteo Lepore, la vicesindaca Emily Clancy e altre/i esponenti dell’amministrazione bolognese si sono esibite/i in un grande classico della politica istituzionale: il taglio del nastro a favor di macchine fotografiche e telecamere, con contorno di applausi e brindisi, come mostrano i video pubblicati sui social dalle/i stesse/i rappresentanti di Palazzo D’Accursio. La “grande opera” meritevole, stavolta, di essere festeggiata? Il cohousing, già più volte presentato pubblicamente, che il Comune ha realizzato in via Fioravanti, nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo, dopo aver abbattuto l’edificio che per quasi vent’anni ha ospitato la comunità e le attività del centro sociale Xm24, sgomberato nel 2019. Al posto dei muri colorati e vivi che hanno fato da casa a quell’esperienza di autogestione e cultura indipendente ci sono ora pareti bianchissime. Talmente algide che c’è chi di fronte a qualche sfortunata foto circolata in questi giorni, con una schiera di appartamenti bassi puntellati da qualche incolpevole vaso di fiori, non riconoscendo subito il luogo ha giurato di aver pensato: “Ma è l’inaugurazione di un cimitero?”. Non si offenda chi lì ora ci abita, ma è difficile non pensare che almeno si poteva pensare ad un aspetto che non stonasse in maniera così evidente rispetto al contesto della Bolognina.
Dello sgombero a suon di ruspa democratica dell’Xm24 questo giornale ha scritto tanto, così come più recentemente abbiamo già avuto occasione di fare il punto sul progetto di cohousing tra costi lievitati, tempi allungati, alloggi diminuiti e punti interrogativi sugli annunciati spazi aperti al territorio. Ma vale la pena mettere in evidenza che, a intervento concluso, il costo complessivo sostenuto dal Comune è di 4,7 milioni di euro per soli 11 appartamenti: e vale la pena chiedersi quante case popolari si sarebbero potute realizzare con la stessa cifra, invece di voler a tutti i costi ristrutturare a scopo abitativo un edificio che peraltro è anche riconosciuto di interesse storico-artistico. Senza poi dimenticare, affatto, che “il cohousing è una scusa per coprire una volontà politica. Quella manciata di appartamenti si poteva fare da un’altra parte”, Clancy dixit, ai tempi in cui era consigliera di opposizione ed esprimeva contrarietà alle minacce di sgombero da parte del Comune.
Alla fine, sono 26 le persone che vivono negli alloggi ricavati nell’immobile, con canoni concordati da 420 euro di media. Le/gli assegnatarie/i sono state selezionate/i tramite un bando dedicato a nuclei con Isee sotto i 35.000 euro e interessati a “fare parte di una comunità attiva sui temi della transizione ecologica giusta, dell’autoconsumo energetico e della sostenibilità ambientale”. Questo cohousing rappresenta “un ulteriore passo avanti in Bolognina sull’edilizia sociale e l’offerta abitativa”, ha dichiarato Lepore. Ci vivono persone “con redditi medi che vivranno assieme. E alcune hanno già detto che grazie a questa possibilità non hanno lasciato Bologna, perché davvero faticavano a trovare casa a prezzi accessibili”, ha detto Clancy. E buon per loro, perchè – per quanto sia legittimo porsi dei dubbi sull’opportunità della scelta compiuta – l’emergenza abitativa che attanaglia la città è reale e sono tante le famiglie, le/i lavoratrici/ori e le/gli studentesse/i che non riescono a sostenere il costo della vita che oggi impone Bologna. C’è da augurarsi, se non altro, che davvero quella nata intorno al cohousing si dimostri una “comunità antifascista” e aperta al “tessuto sociale meraviglioso” che anima il quartiere, come affermato dalle/gli assegnatarie/i.
Me se la Giunta taglia il nastro a noi invece sembra utile riavvolgerlo, il nastro, perchè lo sgombero dell’Xm24 ha rappresentato (e rappresenta) una ferita che non può finire così facilmente nel dimenticatoio. E’ quello che evidentemente vorrebbe l’attuale amministrazione, che nella narrazione confezionata attorno alla cerimonia di sabato ha ricostruito la storia dell’immobile e del comparto, andando indietro addirittura fino al 1936, ma ha omesso qualsiasi riferimento all’ultimo utilizzo di quegli immobili. Anzi, ai nuovi appartamenti si accede da un altro civico e le cronache hanno riportato che il nome del progetto è passato da “Cohousing Fioravanti 24″ a “Cohousing Fioravanti”: un tocco di damnatio memoriae?
Dell’Xm24 “brutalmente chiuso” nel 2019, almeno, ha parlato durante la conferenza stampa uno delle/gli assegnatarie/i, già attivo frequentatore del centro sociale, che ha anche sottolineato la necessità di non utilizzare il nuovo cohousing come “specchietto per le allodole” di fronte al perdurare della crisi abitativa.
Ma questo non potrà comunque accadere, viste le dimensioni dell’intervento e quelle del problema. E allora: dando per scontato che nel 2019 tante sincere/i democratiche/i avranno stappato una bottiglia per l’ennesimo sgombero di uno spazio autogestito, in buona compagnia della peggiore destra, oggi era davvero necessario un taglio del nastro che più simbolico non si può (gli appartamenti sono abitati già da qualche mese) con annesso brindisi sulle macerie – letteralmente – di un luogo che in ogni caso è stato attraversato e amato da generazioni di abitanti della città?
Non è affatto una domanda retorica, posta con lo sguardo rivolto al passato. Parla all’oggi, perchè sugli spazi di autorganizzazione e libertà si combatte una battaglia sempre e tremendamente attuale. Lo dimostra quanta rilevanza ha questa dimensione nell’azione politica del governo Meloni-Salvini-Tajani, insieme ad altre misure di compressione del dissenso. Lo dimostrano, per quanto diverse tra loro, le recenti vicende dell’Askatasuna a Torino e del Leoncavallo a Milano, entrambe città amministrate come Bologna dal centrosinistra, insieme a quelle di altri centri sociali sgomberati o sotto minaccia in altre città. Mentre alle nostre latitudini, proprio in questo periodo, c’è sul tavolo l’allarme lanciato dal Lazzaretto dopo una lettera con cui il Comune ha intimato la restituzione dell’immobile di via Pietro Fiorini entro il 14 febbraio.
Visto che siamo in periodo di feste, allora, anche noi proponiamo un brindisi, ma più frizzante: alle esperienze di autorganizzazione che proseguono il loro cammino, agli spazi autogestiti che resistono, alle nuove occupazioni che nascono e che nasceranno!
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