La morte di Abderrahim Fakir è una vergogna per l’Italia e per la città. Ma tutto portava qui, anche a Bologna: dalla polizia con le mani libere al razzismo montante, dalle ferite del Pilastro all’ottusità della politica di fronte alle manifestazioni di disagio.
Di raccontare anche su queste pagine la dinamica di quello che è successo ieri al Pilastro non c’è purtroppo bisogno. Sono subito circolate immagini che in maniera drammaticamente chiara mostrano come in Italia, a Bologna, in un giorno d’estate del 2026 si possa morire nelle mani della polizia, nelle mani dello Stato. Con braccia e gambe immobilizzate. Nonostante la presenza sul posto di personale sanitario. E di testimoni. Le urla di disperazione di Abderrahim Fakir, il 42enne di origini marocchine che ha perso la vita durante un fermo in via Svevo, bruciano e si conficcano nella testa di chiunque, in questo Paese in caduta libera, conservi ancora un briciolo d’umanità.
Ma era solo questione di tempo. Tutto portava qui, anche a Bologna. La tragedia del Pilastro strappa crudelmente il velo: certe cose succedono anche in una città che ama definirsi democratica e rivendicare un’alterità, ma che in realtà evidentemente non ha gli anticorpi per evitare scene che scaraventano qui tra noi le scorribande dell’Ice o quelle parole di George Floyd, “i can’t breathe”, che oggi tornano così brutalmente attuali.
Del resto, se gli Usa di Trump fanno scuola l’Italia di Meloni apprende diligentemente. Il Governo in carica non ha mai fatto mistero di voler garantire la più ampia impunità possibile alle forze dell’ordine (ma anche al gioielliere con la pistola facile, perchè la figura del giustiziere un certo consenso lo raccatta sempre) nonostante casi eclatanti come l’omicidio di Abderrahim Mansouri, a Rogoredo, per mano del poliziotto Carmelo Cinturrino; o pestaggi nelle carceri talmente gravi da lasciare “sconvolti” davanti ai video perfino i magistrati inquirenti: vedi alla voce Santa Maria Capua Vetere. In Italia, così, quando ci sono di mezzo le forze dell’ordine si continua a morire: a poche ore dal 25esimo anniversario della mattanza di Genova e della morte di Carlo Giuliani, a una manciata di giorni da quello che sarebbe dovuto essere il 39esimo compleanno di Federico Aldrovandi, a qualche settimane dalle parole della Cassazione sui depistaggi a favore dei Carabinieri dopo l’uccisione di Stefano Cucchi. Solo tre nomi tra i tanti. Del resto, già ieri sera, Fdi ha subito messo in chiaro come stanno le cose: quello del Pilastro è stato “un intervento condotto con professionalità e modalità consone”, ha dichiarato con immotivabile certezza il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami. Quello per cui è uno spasso travestirsi da SS, per intenderci. Del resto, visto che la post-verità paga tanto, perchè perdere tempo ad accertare i fatti?
Ma, in coerenza con il contesto internazionale e nazionale, era solo questione di tempo anche a Bologna. Perché, intanto, anche in questa città il razzismo ribolle e viene cavalcato e alimentato da quella stessa destra che usa le forze dell’ordine come strumento di discriminazione ed esclusione: lo dimostrano le polemiche, tanto impetuose quanto strumentali, sulla partita Marocco-Francia e sul supporto economico alle/i migranti ospitate/i nei Cas per l’uso dei mezzi pubblici. E fa pensare, poi, che la tragedia di ieri si sia consumata in un rione, il Pilastro, sottoposto negli ultimi tempi a una dura militarizzazione affiancata dal pronto impiego degli ulteriori strumenti repressivi messi a disposizione delle forze di polizia dalle più recenti normative. Ma non è certo solo al Pilastro che su Bologna, anche nel rapporto Comune-Governo, si sta giocando da tempo una partita pericolosa sul filo del rasoio della sicurezza e dell’ordine pubblico. Su quest’ultimo, amministrazione e Questura hanno avuto modo di confrontarsi direttamente in occasione di un recente convegno promosso dalla Cgil: si tratta dell’occasione in cui l’assessora Matilde Madrid si è fatta notare per le dichiarazioni contro i comitati, sindacati di base e movimenti che osano contestare l’operato di Palazzo D’Accursio, che a suo dire rappresentano “interessi piccoli” e finendo per ricoprire un ruolo “caricaturale”; mentre un dirigente apicale della Questura ha affermato che in termini di gestione dell’ordine pubblico Bologna può rappresentare “un modello” a livello nazionale. Frase pronunciata senza che nessuna/o, tanto tra le/i presenti quanto tra le forze politiche cittadine, abbia ritenuto che fosse il caso di sottolineare che in questo “modello” rientra anche una vicenda terribile come quella di Lince, che durante una manifestazione contro il genocidio in Palestina ha perso la vista da un occhio perchè colpita in faccia da un lacrimogeno sparato ad altezza di persona (circostanza, tra l’altro, non proprio isolata visto il successivo caso del tifoso finito in coma a Torino): poliziotti che ritengono di avere una certa libertà di manovra, o no?
Ma che fosse solo una questione di tempo, soprattutto, lo dicono quei tanti casi in cui a Bologna, come in altre città, sulle cronache sono finite persone “in evidente stato di alterazione”, che davano “in escandescenza” o altre formule giornalistiche di questo genere. Di fronte a questi episodi, gran parte del dibattito si è puntualmente consumata attorno ai dispositivi di neutralizzazione a disposizione degli agenti: andiamo di spray al peperoncino, taser, bastone distanziatore, manganello o cos’altro ancora? Una vicenda emblematica, da questo punto di vista, si è verificata poco meno di un anno fa e l’abbiamo raccontata in un precedente articolo, nel quale sottolineavamo che in questi casi nessuna riflessione emerge mai sul fatto che queste persone in evidente stato di crisi, spesso per motivi legati allo stato di marginalizzazione in cui vengono spinte, richiederebbero innanzitutto misure di prevenzione e supporto dal punto di vista psicologico e sanitario. Rispetto a quell’episodio di un anno fa lo stesso Comune, per bocca del sindaco Matteo Lepore e di nuovo di Madrid, non si sottraeva a questo copione tutto incentrata sulle modalità di ingaggio degli agenti (della Polizia locale, in quel caso) e su quanto certe persone debbano stare rinchiuse in carcere.
Qualche mese dopo, però, lo stesso Lepore ha fatto un passo avanti e gliene diamo atto: “Sto proponendo al prefetto di fare insieme un accordo perché le unità di strada e le forze dell’ordine vengono accompagnate da operatori che si occupano anche della salute mentale, perché stiamo avendo casi sempre più frequenti di persone che hanno problemi di salute mentale e fanno aggressioni. Questo è un tema reale del Paese, però parliamone assieme”. Era marzo, sono passati quattro mesi e di quel ragionamento non si è saputo più nulla. E allora alla luce di quanto accaduto ieri al Pilastro, dove un uomo “in stato di agitazione” ha smesso di vivere dopo essere stato fermato da due poliziotti, il sindaco dica alla città che fine ha fatto quella proposta e, nel caso in cui ormai fosse finita in un cassetto, spieghi per responsabilità di chi.
Non possiamo sapere se quella idea espressa da Lepore, in caso fosse stata realizzata, avrebbe evitato la morte di Fakir. Ma sappiamo maledettamente bene che la morte di Fakir si poteva e doveva evitare. Perchè non si può morire così nelle mani dello Stato. Con la faccia sull’asfalto. Invocando aiuto.
A.C.A.B.
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