Contributi e opinioni

E’ cominciata di nuovo la caccia alle streghe

Il governo Meloni, da quando si è insediato, è stato costantemente alla ricerca del “nemico interno” su cui attirare ogni tipo di attenzione: repressiva, mediatica e di polemica politica.

09 Gennaio 2026 - 12:24

L’ossessione per i centri sociali

E’ la notte di Capodanno, nell’ex caserma Stamoto di Bologna più di 3.000 persone hanno dato vita ad un rave, tra i residenti della zona c’è anche chi li difende: “Sono stati tranquilli, hanno fatto dei fuochi d’artificio stupendi”.

Alle prime ore dell’alba, però, un esponente della Lega ha già stilato il comunicato “giusto” per l’occasione: “Con la prima occupazione abusiva dell’anno, in corso all’ex Stamoto, i centri sociali tornano a violare la legge e a creare disagi ai cittadini”.

Sembra di sentirlo, il solito rosario: “I centri sociali? Ancora loro… non solo la street rave parade di Torino per l’Askatasuna l’ultimo dell’anno, ma anche i rave nelle fabbriche e nelle caserme abbandonate… continuando a proporre l’illegalità come unica forma di azione e di vita. Nel corso degli anni hanno cambiato spesso nome, da No Global a No War, da No Tav a No Ponte, se adesso si fanno chiamare Pro-Pal non è che la situazione sia migliorata… anzi. Pensando che il dissenso si manifesti ferendo e insultando uomini e donne in divisa, costoro quanti scontri con le forze dell’ordine hanno organizzato? Quante sedi di avversari politici hanno assaltato? Promuovono occupazioni abitative per far passare davanti nelle graduatorie delle case popolari i loro protetti, soprattutto immigrati. Rompono le scatole in Val Susa contro l’Alta Velocità e al sud contro il Ponte sullo Stretto. Fanno i ‘paci-finti’ bloccando autostrade e stazioni durante le manifestazioni anti-israeliane. Nei loro spazi occupati organizzano feste e concerti con ingressi a pagamento, vendono bevande e cibo, libri e magliette, senza autorizzazione e senza dare lo scontrino. Alcuni di loro, per pianificare trasporti di migranti in mare e dare coperture a terra ai loro amici, africani od orientali che siano, sono riusciti a spillare pure un bel po’ di soldi a sprovveduti (chissà quanto) cardinali”.

Insomma, per le destre al Governo, i centri sociali sono una vera e propria “ossessione”, li vedono dappertutto, anche quando non ci sono. Sono i nemici per eccellenza, focolai di degrado, illegalità, estremismo e violenza; case matte di agitatori sovversivi e facinorosi, produttori di un attivismo tendenzioso, a tempo pieno in quanto “figli di papà”.

Il governo Meloni, da quando si è insediato, è da sempre alla ricerca del “nemico interno” su cui attirare ogni tipo di attenzione: repressiva, mediatica e di polemica politica. Ha fatto questo scientificamente e poi, cinicamente, ha cercato di realizzarlo attraverso l’introduzione di nuove normative (decreto anti rave, decreto Cutro, decreto Caivano, Dl Sicurezza) e una gestione dell’ordine pubblico atta al “contenimento e protezione degli obiettivi sensibili”, in cui idranti, candelotti lacrimogeni e manganelli sono stati usati a iosa.

Il 2025 è stato l’anno della chiusura di due dei centri sociali tra i più conosciuti: il Leonkavallo a Milano e l’Askatasuna a Torino. Due realtà con storie e pratiche molto diverse, che sono diventate note a livello nazionale, andando molto oltre il loro ambito territoriale e la sfera di influenza di chi li ha sempre frequentati e vissuti. Le cronache dei media main stream e i social network li hanno portati sul podio degli “sgomberati”, primi in quella lista degli sgomberi stilata dal ministro Piantedosi su indicazione politica dell’esecutivo Meloni.

Il Leonkavallo, al di là delle trasformazioni che aveva avuto negli ultimi anni, per i fascio-leghisti attualmente al governo, continuava ad essere un emblema, uno spauracchio simbolico che attestava che ci possono essere usi non mercantili e senza proprietà degli spazi di aggregazione: un’anomalia da ricondurre all’ordine che andava rimossa con la forza. Per le destre, le differenze tra “duri e puri” e “moderati” sono ingredienti che possono essere miscelati in un unico calderone repressivo.

L’Askatasuna, invece, era da sempre considerato il covo dell’antagonismo più temibile, dei cattivi che si infilavano in tutte le situazioni di conflitto, dalla Tav alla Palestina. Non c’è stato niente di improvvisato né di emergenziale nello sgombero di Torino. L’attacco al centro sociale del capoluogo piemontese è stato un atto deliberato, annunciato e rivendicato dal ministero dell’Interno. Si è trattato dell’esecuzione di una promessa punitiva fatta da mesi e, allo stesso modo, è stato inviato un messaggio a tutti gli altri centri sociali: d’ora in avanti sarete trattati con durezza, nel modo adeguato con cui vanno affrontati i nemici. Non è un caso che in quello sgombero si sia assistito a una esibizione di forza repressiva sulla quale tanti esponenti della destra nazionale e locale hanno voluto mettere il cappello. Non è stata una questione di ordine pubblico, non c’è stata alcuna operazione di “ripristino della legalità”, il governo Meloni ha fatto un scelta politica precisa: usare, insieme all’arma repressiva, un’ostentata ricerca dello scontro, per dimostrare chi è il più forte.

Per di più lo sgombero dell’Askatasuna è stato realizzato volutamente in modo provocatorio: con la città completamente militarizzata in un periodo prefestivo, con un dispiegamento di forze “spettacolare”, con la trasformazione in “zona rossa” di gran parte del quartiere di Vanchiglia e con la scelta degli apparati polizieschi di alzare il livello dello scontro, con modalità che hanno richiamato alcune strategie messe in atto a Genova nel luglio 2001, durante le giornate contro il G8.

C’è chi ha detto che, con gli sgomberi di occupazioni abitative e di spazi autogestiti (che in questo periodo avvengono in città amministrate dal centro-sinistra), l’esecutivo nazionale vuole mettere in difficoltà i governi locali che, in alcuni casi, avevano intrapreso complicati percorsi di legalizzazione di questi luoghi. A dir la verità non è che si siano visti pubblici amministratori strapparsi i capelli per la difficile evoluzione di questi percorsi, avviati da tempo mai portati a termine.

Sala a Milano con il Leonkavallo e Lo Russo a Torino con l’Askatasuna non ci sono sembrati dei cuor di leone. Che dire poi della stampa liberal o pseudo tale: non ha “urlato” titoli di prima pagina come i giornali della destra, ma i reportage e gli articoli che si sono letti hanno cercato di mettere in luce il “male” derivante da queste presenze antagoniste/alternative, piuttosto che le attività culturali, sociali e di mutuo soccorso che venivano svolte all’interno degli spazi. I centri sociali, alle amministrazioni di centro-sinistra, possono andar bene (oppure essere ignorati) solo solo se funzionavano come luoghi di intrattenimento o come potenziali serbatoi della cosiddetta “industria culturale”. Se, invece, esprimono anche rivendicazioni di tipo politico e sociale, vengono mal sopportati, quando va bene, oppure repressi (è successo più di una volta) con modalità non molto diverse di quelle che sta attuando in questi giorni la destra.

Nel corso di almeno tre decenni si è depositata, come fosse polvere, una retorica generata da gran parte della sinistra istituzionale, che non è mai riuscita a mettere insieme un ragionamento politico sugli spazi autogestiti, sulle occupazioni abitative o sui luoghi di aggregazione. E che, di fronte agli sgommberi e ai provvedimenti repressivi del governo Meloni, a causa della sua indeterminatezza, il massimo che è riuscita a produrre, è un “e allora quando verrà sgomberata CasaPound?”.

Poi aggiungeteci il fatto che da anni si è formata una deriva giustizialista che ha attraversato anche una parte consistente della sinistra e che si è aggrappata a un’idea di “legalità” intesa come rispetto formale di leggi e regole e che tralascia completamente una riflessione politica su queste norme e l’eventualità di criticarle e metterle in discussione quando sono ingiuste o arbitrarie, fino alla scelta di disobbedirle e infrangerle.

Comunque non c’è da meravigliarsi: è una caratteristica dei partiti elettorali della sinistra governativa muoversi con queste modalità ambigue. Il tema della subalternità politica della sinistra istituzionale non è una questione scoppiata in questo periodo, quante volte ci siamo visti sbandierare la compatibilità come argomento necessario per governare, in realtà usato come vera e propria gabbia per bloccare e rinchiudere diverse istanze sociali.

La faccenda, statene certi/e, si riproporrà nelle prossime settimane, quando scoppieranno i casi dello Spin Time a Roma e dell’Officina 99 di Napoli.

A Spin Time vivono molte famiglie con bambini (più di 300 persone in emergenza abitativa). Nell’immobile occupato sono stati attivati progetti di solidarietà e mutuo aiuto. Dello spazio si parlò anni fa, quando l’elemosiniere del Papa, il cardinale Krajewski, si calò nel vano del contatore elettrico per riattivare la luce al palazzo, dopo che era stata staccata. Oggi si parla di un’operazione imminente di sgombero, che potrebbe essere eseguita prima del 30 gennaio.

Officina 99 è uno dei primi centri sociali occupati di Napoli e, da più di 30 anni, è diventato un simbolo della città. Qualche settimana fa il comando territoriale dei carabinieri ha fatto reperire sul tavolo del sindaco Manfredi una missiva in cui si chiede di valutare la chiusura forzata dello stabile: “L’immobile occupato abusivamente è oggetto di eventi musicali verosimilmente non autorizzati in presenza di numerose persone, molte delle quali dedite all’uso di alcol e di sostanze stupefacenti, producendo di conseguenza possibilità di disordini, quindi probabile pericolo per la pubblica incolumità e la sicurezza urbana… Per questo si chiede al sindaco di valutare sin da subito, in concerto con le altre forze dell’ordine, di disporre di un ordine di sgombero coatto (o la chiusura forzata) del centro sociale Officina 99”.

Vedremo, in queste due occasioni, quali saranno le posizioni che la sinistra di governo deciderà di mantenere.

Il nemico interno

Chi invece la posizione la tiene… eccome… è la destra. E soprattutto ora, quando la logica da “regime di guerra in costruzione” necessita di una forzata normalizzazione interna, che si fonda nell’individuazione di un vero e proprio elenco di nemici pubblici. L’attuale potere dispotico ha bisogno della identificazione di un nemico interno, necessario per ribadire la “superiorità” di quei valori occidentali che oggi si fondano sulla guerra, sul riarmo, sul genocidio e sul ridurre a nulla la persona “altra”.

La preparazione alla guerra richiede un fronte interno da colpire. Chi governa, per orientare la paura che l’opinione pubblica ha del pericolo (concreto) della guerra, indica i nemici interni da colpire. Sono i “sabotatori” delle politiche di riarmo e i “non allineati”: parliamo dei movimenti sociali contro la guerra e per la Palestina (con i blocchi, gli scioperi e i sentimenti anticoloniali) e dei movimenti contro il cambio climatico (già messi a tacere dalla repressione degli ultimi anni).

I nemici perfetti da offrire all’opinione pubblica impaurita, i soggetti da sacrificare da parte dell’estrema destra globale, sono i diversi, i poveri, i “giovani antagonisti”, gli islamici, insomma chi esprime opinioni, pensieri, culture, differenti e/o divergenti rispetto a quelli dominanti.

Lo sgombero di Askatasuna, le prese di posizione contro i professori/cattivi maestri che parlano di genocidio, l’aggressione continua a Francesca Albanese, i disegni di legge che vorrebbero equiparare antisemitismo e antisionismo, il tentativo di espulsione di Mohamed Shahin (l’imam di San Salvario), le misure cautelari contro studenti medi di Torino, gli arresti di attivisti palestinesi, sono momenti diversi di questa strategia di costruzione del nemico interno. Quello che vogliono colpire non è un’organizzazione precisa, ma un insieme di ribellioni, di movimenti “irregolari” e di tendenze definite “antioccidentali” e “islamo-gauchiste”. Un aggregato di turbolenze, ritenuto il vero pericolo, con uomini, donne, ragazzi da controllare, allontanare, mettere ai margini e, se necessario, in prigione. Una nebulosa, sostanzialmente coincidente con il movimento per la Palestina, che ha continuato a muoversi anche dopo il cosiddetto “cessate il fuoco a Gaza”.

Su alcune di queste vicende, che pocanzi abbiamo indicato, vale la pena posare la lente di ingrandimento.

Per esempio: le sei misure cautelari agli arresti domiciliari, arrivate dopo una serie di perquisizioni domiciliari e stabilite dalla questura di Torino contro altrettanti studenti liceali (in gran parte minorenni), individuati tra coloro che hanno preso parte alle mobilitazioni dei mesi scorsi, raccolte sotto lo slogan “Blocchiamo tutto”, con manifestazioni di massa, blocchi nei principali snodi della logistica e dei trasporti e scioperi diffusi. Si tratta di provvedimenti che, con queste modalità (sono stati colpiti studenti minorenni, molti dei quali attivi in collettivi scolastici), è difficile rintracciare in un passato anche remoto. Del resto, i manganelli di questo ministero dell’Interno diventarono famosi già nella primavera del 2024 quando si abbatterono sulle teste e sulle schiene degli studenti medi di Pisa e Firenze e, per tutto il 2025, sono stati riproposti come una diffusa modalità di contatto tra forze dell’ordine e variegate categorie di dissenzienti.

Un altro episodio eclatante è la vicenda, partita dalla magistratura di Genova con l’arresto di nove attivisti palestinesi a cui è stato contestato il reato di cui all’articolo 270 bis del codice penale (associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico), con l’accusa di “avere finanziato l’associazione terroristica Hamas” atraverso attività di copertura di raccolta fondi per solidarietà al popolo palestinese.

Per ragionare su questa storia, prendiamo a prestito alcune dichiarazioni fatte da Livio Pepino (ex magistrato, già presidente di Magistratura Democratica, da tempo studioso dei guasti delle politiche sicuritarie in rapporto alle diverse forme della resistenza sociale): “L’ordinanza con cui l’autorità giudiziaria di Genova ha disposto la custodia in carcere di alcuni attivisti accusati di avere raccolto fondi per finanziare Hamas, fondata com’è su ricostruzioni unilaterali e su documentazione proveniente dall’esercito israeliano, sembra una tappa della strategia in atto, nel nostro Paese, di creazione del nemico islamico e impone una crescita della vigilanza democratica… La repressione del movimento pro Palestina e contro il genocidio a Gaza cresce in tutta Europa. Nel Regno Unito, nel giugno scorso, l’associazione Palestine Action è stata definita terroristica e messa al bando e, nei mesi successivi, gli arrestati per solidarietà nei confronti dei suoi attivisti sono arrivati quasi a 2000. Non diversa è la situazione negli Stati Uniti e negli altri Paesi dell’Unione Europea, a cominciare dalla Germania e dall’Olanda. È in questo contesto che si collocano, in Italia, diverse iniziative di segno analogo, che si affiancano a pesanti interventi nel corso di manifestazioni e cortei…”. Sempre secondo Pepino, le accuse di terrorismo coperte attraverso la raccolta solidale di fondi sono prive di riscontri “all’infuori delle attestazioni delle autorità israeliane, a cui non può certo essere riservato un particolare credito, se è vero che tale qualificazione è da esse attribuita anche alle agenzie dell’Onu e alle Ong operanti sul territorio, a cominciare da Medici Senza Frontiere”.

Insomma, dietro gli arresti e i mandati di cattura non ci sono attentati sventati o azioni terroristiche in preparazione, quello a cui abbiamo assistito è un’operazione politica tesa a criminalizzare diversi momenti di solidarietà con la Palestina. Il termine “terrorismo” ritorna ossessivamente come un dispositivo repressivo (buono per tutte le stagioni) per colpire il dissenso e restringere lo spazio di agibilità politica e sociale. Attraverso una narrazione pilotata dei media main stream e una polarità sociale prodotta da vere e proprie fabbriche della disinformazione sui social network, il dubbio viene eliminato, ogni provvedimento restrittivo viene giustificato, la presunzione di innocenza è costretta dal “linguaggio pubblico” a convivere con il sospetto e con ipotesi di colpevolezza pianificate nelle segrete stanze. E’ all’interno di queste logiche che il verdetto viene anticipato molto prima di un eventuale processo: il “velo squarciato” che porta alla luce una verità nascosta dai “paraventi umanitari”; “cellule dormienti” con condotte atte a celare operazioni a favore di una “organizzazione terroristica estera”.

Il tempo in cui viviamo è da “regime di guerra”, dove tutto tende a slittare verso lo stato di polizia, e in cui categorie eccezionali come sicurezza, terrorismo, emergenza, come lo furono già in passato, diventano dispositivi “normali” del governo quotidiano.

Il nostro problema

Se il 2025 sarà sicuramente ricordato per il genocidio compiuto dallo Stato di Israele, con tanti governi occidentali di fatto complici di quel progetto razzista e coloniale, sarà sicuramente rammentato anche per i milioni di donne e di uomini, di ragazze e ragazzi, che sono scese/i nelle piazze e nelle strade in solidarietà con il popolo palestinese. Il movimento per la Palestina, nelle sue tante sfaccettature, è stato in primo luogo una rivolta morale contro l’infamia che si stava compiendo a Gaza, era spinto da un intenso bisogno di giustizia e varcava gli angusti confini degli Stati nazionali. Il collante che ha ridato vita a una straordinaria dinamica di movimento, dopo il vuoto di lotte sociali che sembrava irreversibile e irrimediabile, è arrivato dall’esempio della Global Sumud Flottilla, da quelle 40 barche in mezzo al mare e dalle donne e dagli uomini che ne formavano gli equipaggi. In poche settimane l’“equipaggio di terra” che ha cominciato a muoversi in tutto il paese ha rianimato lo strumento dello sciopero e ha spazzato via le paure causate dal Dl Sicurezza. L’ondata delle mobilitazione e degli scioperi è stata imponente, i cortei che si trasformavano in blocchi, realtà eterogenee e sensibilità diverse che si componevano in comuni momenti di lotta, incontri e campagne di informazione per il boicottaggio dei prodotti israeliani. Situazioni che nel nostro Paese non si vedevano da decenni e che hanno rappresentato gli unici veri sussulti capaci di mettere in difficoltà la narrazione tossica del governo, costringendolo a mettersi sulla difensiva sul terreno della politica estera, quello sul quale Meloni si sentiva più sicura.

Quando, con il cosiddetto cessate il fuoco di ottobre, si sono spente le luci dei grandi organi di informazione, il movimento è riuscito a produrre altri livelli di mobilitazione, ma sono cominciate anche le prime difficoltà: per esempio, quello che si era riuscito a fare con lo sciopero generale del 3 ottobre (e con l’“esondazione” da indignazione spontanea dello sciopero del 22 settembre) non si è stati capaci di riprodurlo (o non lo si è voluto fare) con i due scioperi del 28 novembre e del 12 dicembre contro le politiche economiche del governo.

I problemi sono emersi e sono identificabili nelle “smanie egemoniche” che ancora una volta hanno avvilito un movimento che della pluralità aveva fatto la sua forza. Sicuramente c’è una debolezza nel dotarsi di livelli organizzativi transnazionali, a fronte di problematiche che lo sono. C’è una incapacità complessiva (che si registra da decenni) di individuare delle modalità organizzative (l’annosa questione tra verticalità e orizzontalità) che diano continuità e durata all’insorgenza che si è prodotta. Non ci si può illudere che basti la spontanea indignazione per tenere botta nei tempi bui in cui stiamo vivendo, perché quando l’insorgenza si sgonfia si ritorna al livello di debolezza del punto di partenza.

Ci sarebbe la necessità di costruire una cornice comune che tenga insieme la concretezza delle lotte per soddisfare i bisogni della vita quotidiana delle persone e l’influsso degli scenari globali.

Bisognerebbe lavorarci, perché spesso una lotta per una singola questione può diventare “incubatrice” di tantissime altre vertenze.

Ma tutto questo non è dato e su queste contraddizioni il Governo ha costruito un suo progetto neo-autoritario che vede nell’uso “quotidiano e ripetuto” della repressione il suo primo passaggio. Scompaginare e disgregare i movimenti e le realtà collettive che producono opposizione e dissenso, è un obiettivo chiaro di Giorgia Meloni (legata ancora agli antichi traumi della destra contro i movimenti di massa), per schernire e lanciare segnali di disprezzo ai milioni di italiani/e che sono scesi nelle piazze e nelle strade. Lo ha fatto attraverso il controllo, le misure di sicurezza, le inchieste giudiziarie, il rafforzamento degli apparati polizieschi, l’impiego su larga scala delle norme emergenziali. E lo ha fatto costruendo un contesto repressivo adeguato per minacciare, emarginare, criminalizzare i movimenti e tutte le forme di dissenso e di conflitto sociale.

E possiamo immaginare quello che ci aspetterà ancora, dopo un’operazione di “pirateria di Stato” come quella condotta da Trump in Venezuela.

Non si può lasciare alcuna possibilità di espansione a questo progetto autoritario. Non è pensabile che passi da solo, come l’influenza. Senza un livello di resistenza adeguato, diventano difficili le lotte future dei movimenti. Certo, la partita è aperta. Bisogna decidere come affrontarla. Il ventaglio delle azioni di movimento è ampio; come evitare la trappola repressiva e sottrarsi al gioco suggerito/imposto dall’avversario è la questione.

Ci sono da qui a poco alcuni appuntamenti in cui discuterne in contesti allargati: il 10 gennaio allo Spin Time a Roma e a Officina 99 a Napoli, il 17 gennaio a Torino ci sarà un’assemblea per discutere di una manifestazione nazionale da tenersi il 31 gennaio.