In regione solo 13 detenute su 174 accedono al lavoro esterno, lo stipendio medio delle dipendenti di Palazzo D’Accursio è inferiore del 10% rispetto agli uomini, aumentano le donne che si rivolgono alla Casa anti-violenza. Ieri in piazza la marea transfemminista.
La discriminazione di genere? Talmente pervasiva da valicare anche le mura del carcere. Tra le circa 170 donne presenti nei penitenziari dell’Emilia-Romagna, infatti, solo 13 hanno accesso ad attività lavorative all’esterno e questo si traduce in “una percentuale decisamente più bassa rispetto agli uomini”, ha sottolineato il Garante regionale delle persone sottoposte a misure limitative o restrittive della libertà personale, Roberto Cavalieri, durante l’incontro “Donne invisibili” organizzato in Regione in occasione dell’8 marzo. “Essere minoranza in carcere vuole dire essere ai margini, perché per le donne è più complesso vedere garantiti i propri diritti, dall’istruzione alla salute”, ha messo in evidenza la presidente di Antigone Emilia-Romagna, Giulia Fabini. Il contesto è quello che vede un totale di 174 donne recluse in regione al 28 febbraio (circa il 4,4% della popolazione detenuta totale), distribuite in cinque istituti penitenziari con sezioni femminili: Bologna (83), Forlì (25), Modena (34), Piacenza (15), Reggio Emilia (17).
Tra i diversi report sulla condizione femminile circolati in questi giorni, poi, ce n’è un altro che risulta particolarmente significativo: quello che dimostra come il gender pay-gap, cioè il divario salariale di genere, colpisca pesantemente anche le dipendenti di un’istituzione pubblica come il Comune di Bologna. Su base annua, infatti, le lavoratrici di Palazzo D’Accursio percepiscono in media più di una mensilità di stipendio in meno rispetto ai colleghi uomini. I dati sono riportati nell’edizione 2025 del Bilancio di genere approvato dall’amministrazione: analizzando la retribuzione media delle dipendenti e dei dipendenti “si osserva un divario salariale di genere pari al 10,4%- si legge nel documento- con un salario medio dei dipendenti (30.219 euro) superiore di 2.851 euro rispetto al salario medio delle dipendenti (27.368). In particolare, si osserva un divario salariale di genere superiore tra funzionari e personale ad elevata qualificazione (8,46%) e tra il personale ad alta specializzazione (14,27%), mentre si osserva un divario inferiore all’interno delle altre categorie contrattuali”. L’unico livello in cui si osserva un divario a favore delle donne, invece, “è quello dirigenziale, con un salario medio delle dirigenti (98.009 euro) superiore del 5% rispetto al salario medio dei dirigenti (93.072)”.
I dati aggiornati al 31 dicembre 2025, intanto, dicono che lo scorso anno la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna ne ha accolte 1.039 (728 si sono rivolte alla struttura per la prima volta e 311 erano già in percorso dagli anni precedenti), 49 in più rispetto al 2024. A loro si aggiungono 27 vittime di tratta e grave sfruttamento inserite nei percorsi di protezione all’interno del progetto Oltre la strada. Delle 1.039 donne accolte, 940 si sono rivolte direttamente alla Casa, 99 si sono affidate allo Sportello universitario contro la violenza di genere di via Ranzani 14. Le donne ospitate nelle case rifugio sono state 82 con 57 minori. Delle 728 donne che si sono rivolte alla Casa per la prima volta e che hanno subito violenza, 482 sono italiane e 197 straniere (di 49 non si ha il dato). “Sono numeri che fanno impressione- ha commentato la presidente della Casa delle donne, Susanna Zaccaria- e, come ogni anno, sempre più in crescita. La cifra raggiunta nel 2025 spinge al limite la capacità del centro antiviolenza di dare risposte puntuali alle donne che si rivolgono a noi, a parità di finanziamenti e personale. Non sappiamo se i numeri corrispondono a un aumento dei casi di violenza, certamente certificano che sempre più donne ci chiedono aiuto e si fidano delle risposte che riusciamo a dare”.
E questi sono solo alcuni sguardi, tra i tanti possibili, su una realtà che conferma le ragioni di un 8 marzo che anche quest’anno ha smosso la città dando vita un’articolata mobilitazione transfemminista: “In questo presente sempre più pesante, costellato da guerre, genocidi, violenza patriarcale, razzista, coloniale e capitalista vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Complici con lə compagnə in Palestina, in Iran, in Argentina, in Venezuela e ovunque nel mondo si resiste quotidianamente per distruggere questo sistema”, ha scritto Non Una Di Meno. Numerose e diffuse, tra l’8 e il 9, le tappe di una “marea fuksia” culminata, ieri sera, in un grande corteo che ha concluso la giornata di sciopero portando in piazza migliaia di persone, con tanto di torta per la Cgil durante il passaggio in via Marconi, perchè “non si può pensare che basti scrivere su un manifestino che le donne non devono essere sfruttate sul posto di lavoro”.
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