L’ordinanza regionale per la chiusura dei lavori nelle ore più calde non rispettata. Il lavoro notturno come rimedio. Ancora una volta una grande opera è sinonimo di supersfruttamento.
Nel gioco di strada più conosciuto, chiamato, a seconda dei casi, delle tre carte, delle campanelle o dei bussolotti, sono necessari un tavolino, un mazziere, due o più compari ed un “pollastro” o minchione che dir si voglia.
Sono indispensabili anche un discreto esercizio di abilità ed elusione da parte dei proponenti e una buona dose di creduloneria e sprovvedutezza da parte degli allocchi che rimangono coinvolti.
La vicenda dei cantieri del tram e del caldo torrido di queste settimane, per come si è dipanata, andrebbe sicuramente inserita nella variegata casistica del gioco delle tre carte. Al posto del tavolino ci sono i tanti “tavoli tecnici” che si sono aperti: nel ruolo dei “cartai” ci sono sicuramente Comune e Regione (nella funzione uno di committente dei lavori, l’altra come ente che emette le ordinanze), a fare da “giocatori compartecipanti” ci sono le aziende appaltatrici. Gli sprovveduti sembrano essere i sindacati, gli allocchi dovremmo essere tutte e tutti noi cittadine e cittadini (a svolgere la parte di parte di coloro che digeriscono tutto).
Poi ci sono i lavoratori dei cantieri… La loro condizione qualcuno la paragona a quella degli schiavi, ma, del resto, nella costruzione delle grandi opere i lavori “forzati” ci sono sempre stati, non solo nel terzo millennio.
Anche se c’è chi dice che, durante l’Antico Regno Egizio, le piramidi siano state costruite da operai edili e contadini, non da schiavi come spesso si crede.
Forse è per questo che a vincere l’appalto per la costruzione della prima linea tranviaria di Bologna è stato un raggruppamento temporaneo di imprese composto da Aistom, Pavimental e con capofila la CMB di Carpi, il cui acronimo sta per Cooperativa Muratori e Braccianti (da qui la similitudine con le aziende egizie che innalzavano anticamente le piramidi). Poi l’azienda carpigiana ha un’altra peculiarità: la sua sede è in via Carlo Marx (il Comune più progressista d’Europa cosa poteva pretendere di più). Nel suo sito ci sono poi slogan illuminanti come “costruire l’innovazione” o come “sicuri per mestiere”.
L’unico dubbio che ci viene è se i soci fondatori che, nel 1904, diedero vita alla cooperativa e che nei primi articoli dello statuto vollero scrivere “lo scopo di ogni socio-lavoratore consegue i profitti del proprio lavoro” sarebbero contenti dell’attuale evoluzione della loro originaria impresa sociale: il “sole dell’avvenire” che avevano propugnato non è sicuramente quello che brucia sulla pelle e toglie le forze ai lavoratori dei cantieri del tram bolognese.
E, infatti, a causa di questo sole che “picchia” e del clima torrido da “bollino rosso”, è stata emanata un’ordinanza regionale che, dallo scorso 2 luglio, ha fatto scattare in Emilia-Romagna “il divieto di lavorare dalle ore 12,30 alle ore 16, nei cantieri edili, in agricoltura, nel florovivaismo e nei piazzali della logistica, in condizioni di esposizione prolungata al sole e svolgendo attività fisica intensa, nei giorni e nelle aree in cui le segnalino un livello ‘ALTO’”.
La mission del provvedimento è stata poi rafforzata anche dalle dichiarazioni del vice-presidente della Regione Vincenzo Colla: “Le ordinanze vanno rispettate, come fossero una legge”.
A tal proposito, dato che non ci sembrava che le aziende impegnate nei lavori del tram avessero una gran voglia di attenersi a quel divieto, onorando gli impegni previsti dalle nuove regole, abbiamo deciso di fare un giro (così come hanno fatto anche altri organi di informazione) nei luoghi degli scavi e della messa in posa delle rotaie.
Abbiamo scelto un orario piuttosto torrido, dalle 15 alle 15,30; il giorno era giovedì 3 luglio, questo è quello che abbiamo visto.
In via Corticella, all’altezza dell’uscita della Tangenziale, c’erano operai che con badili e pale coadiuvano lo scarico di materiali effettuato da alcuni camion. Il flusso dei mezzi veniva “governato” da altri lavoratori che, con palette rosse o verdi, fermavano o “autorizzavano” il normale traffico automobilistico.
Nel tratto di cantiere transennato, sempre su via Corticella, dalla periferia verso piazza dell’Unità, abbiamo visto alcuni gruppetti di operai che sostavano quasi sempre in piedi in piccole zone d’ombra, sempre all’interno del perimetro dei lavori. Ci hanno ricordato molto i carcerati che, nei cortili dell’aria, si ammassano negli spicchi d’ombra per proteggersi dal sole durante l’ora d’aria nei mesi estivi.
Proseguendo fino alla fine di via Corticella, a poche decine di metri da piazza dell’Unità, ci siamo imbattuti in operai che lavoravano all’interno di uno scavo per preparare le gabbie in ferro per il calcestruzzo. La cosa curiosa è che questi lavoratori indossavano dei gilet arancioni con la scritta sulla schiena “Capitalfin Holding”. Sulle prime abbiamo pensato a una delle ultime trovate della “finanza creativa”, poi, portandoci anche noi in luogo protetto dall’ombra, abbiamo scoperto che Capitalfin Holding è una “società che opera nel settore delle costruzioni, specializzata in opere che richiedono grandi strutture in cemento armato”. E che, inoltre, “si occupa della realizzazione di progetti che coinvolgono strutture complesse e di notevoli dimensioni, con un focus sulla qualità e il rispetto dei tempi di consegna”.
Ci siamo poi spostati in via dei Mille dove, all’angolo con via Montebello, c’era un escavatore in funzione, supportato da diversi operai che, all’interno di una fossa, armeggiavano con pale e badili. In altri punti di via dei Mille altri lavoratori si muovevano all’interno dell’area del cantiere, altri ancora sostavano in piedi o seduti su appoggi di fortuna in piccole zone d’ombra.
Credendo nella buona fede delle imprese, forse il messaggio del divieto in quelle ore non era ancora circolato in maniera chiara ed esaustiva, abbiamo fatto altri sopralluoghi anche il giorno successivo, sempre dalle 15 alle 15,30.
In via Corticella, all’altezza della uscita della Tangenziale, a lavorare nel cantiere e ad assistere i camion c’erano almeno il doppio degli operai del giorno precedente.
Proseguendo, lungo la stessa strada, all’altezza dell’Ippodromo Arcoveggio, c’erano diversi operai (assenti il giorno prima) intenti a lavorare attorno a un camion/betoniera che scaricava cemento.
Nelle vicinanze di piazza dell’Unità il numero di operai in attività, con le pettorine “Capitalfin Holding”, era sicuramente superiore a quello del giorno precedente.
E anche in via dei Mille, spostava terra un escavatore, sicuramente non guidato da un robot, e attorno al mezzo ci stava un bel gruppo di operai con in mano pale e badili.
E va pure detto che la temperatura del 4 luglio si avvicinava ai 40 gradi ed era superiore a quella già alta del 3 luglio.
Mentre noi eravamo intenti a guardare gli operai dalle magliette e dai gilet arancio sudare e faticare, a Palazzo d’Accursio (auspicabilmente in una sala con l’aria condizionata) si teneva un “vertice urgente”, presumibilmente attorno a un “tavolo tecnico”, alla presenza di Comune, Regione, sindacati e imprese. Al termine dell’incontro è stata vergata una nota congiunta: “Al fine di implementare ulteriori misure per la salute e la sicurezza dei lavoratori, rafforzando ulteriormente quanto previsto dal Protocollo firmato tra sindacati e Governo, i lavoratori del cantiere tram nelle zone a rischio di prolungata esposizione al sole si fermeranno dalle 12,30 alle 16, anticipando o posticipando i lavori previsti in quelle ore, in altri orari condivisi tra le parti. Pertanto il Comune si impegna a rendere possibile tale variazione di orari”.
Insomma, con meno giri di parole, si lavorerà all’alba oppure di notte, grazie a una modifica degli orari comunali del silenzio.
Che il lavoro notturno sia la panacea ai malori derivati dal lavoro sotto il solleone può anche darsi, ma che sia il rimedio “universale e universalistico” per affrontare questioni di sicurezza in luoghi dove si svolgono attività produttive particolari è tutto da discutere.
A meno che non si abbia una visione “ridotta all’essenziale” come quella espressa dal segretario regionale degli edili della Cgil: “Abbiamo raccolto la disponibilità delle aziende a cambiare gli orari. Qualche disagio per la cittadinanza ci sarà, ma un po’ di sonno in meno salva qualche vita in più a qualche lavoratore”. Una grande visione di prospettiva, non c’è che dire.
Del resto, c’è da stare freschi se il “più uno” in questo caso lo porta avanti la Filca-Cisl che, avendo saputo in ritardo dell’incontro in Comune, non si è presentata, giudicando quanto avvenuto”gravissimo”. Il più governativo dei sindacati confederali, che ha visto il suo ultimo segretario nazionale diventare qualche tempo fa sottosegretario nell’esecutivo Meloni, ha messo in guardia: “Nei giorni scorsi è stato firmato a livello nazionale un protocollo Emergenza-caldo al ministero del Lavoro: va rispettato e attuato, non svuotato nei territori per meri interessi di avanzamento lavori. I lavoratori e i cantieri non sono merce di scambio politico. Non consentiremo che la sicurezza diventi una pedina nel gioco delle responsabilità o delle strategie di consenso”.
Peccato che, dopo queste “durissime” parole, i lavoratori dei cantieri non potranno comunque dormire sonni tranquilli, dato che, in diversi di loro, la notte la passeranno a lavorare.
D’altronde, che il mondo vada alla rovescia non è ormai una grande novità. Se, sempre in questi giorni, i carabinieri hanno sostituito i sindacalisti in una sorta di “inchiesta sociale” sul lavoro dei riders dopo le polemiche scoppiate sulla proposta di Glovo di riconoscere 20 centesimi in più per le consegne oltre i 40 gradi. Parliamo dei controlli e del punto d’ascolto fatto dagli uomini e dalle donne dell’Arma all’angolo di palazzo Re Enzo, su via Rizzoli. Che fossero persone in divisa che tentavano di capire dai ciclofattorini le loro condizioni di lavoro, informandoli al contempo dei loro diritti, è tutto dire sui segni dei tempi che stiamo vivendo.
E la cosiddetta “sinistra di governo”, su queste vicende non ha avuto nulla da dire?… Forse è meglio passare alla domanda di riserva, a meno che non ci si accontenti che a firmare l’ordinanza/fuffa regionale sia stato il loro assessore di riferimento Giovanni Paglia, di solito definito un “primo delle classe” in questioni sociali, catapultato in questi giorni all’ultimo banco.
Se parliamo di “fuffa” rispetto all’ordinanza è perché abbiamo ben presente quella fastidiosa lanetta che si forma soprattutto nelle tasche. Tendiamo solitamente a rimuoverla perché non si fa fatica a ritenerla un “eccesso inutile”. Ecco l’ordinanza regionale ha avuto, almeno nei primi giorni, l’effetto della fuffa, di qualcosa di propagandistico, ma con pochissima spinta per rendere efficaci i vincoli che conteneva.
Della serie: il segnale politico l’abbiamo dato, per il resto va bene così.
In fin dei conti quei lavoratori dalle tute arancioni, rappresentano il passato, soggetti che, secondo alcuni, non esistono addirittura più. Il lavoro che fanno, però, deve essere comunque eseguito, per il bene della collettività, e va fatto di giorno, col caldo, all’alba o di notte…
Che questi lavoratori siano poi per lo più migranti non è per loro un’attenuante, se hanno meno diritti chi se ne frega.
I loro corpi sono considerati, molto spesso, “vuoti a perdere” così come quelli dei braccianti che raccolgono pomodori o degli edili che si arrampicano sulle impalcature dei palazzi in costruzione.
E chiudiamo lì che è meglio, che con questo caldo ingastrirsi non è la cosa migliore…

