Taser, pipe, Bolognina: il controllo dei corpi nello spazio pubblico al centro del dibattito politico. Il Comune invoca un ruolo più forte del Governo e Piantedosi risponde: zone rosse e Cpr. Appunti su un gioco pericoloso.
“Attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo”. L’aforisma, attribuito a Oscar Wilde, ben racconta cosa sta accadendo a Bologna negli ultimi tempi. Tempi in cui il Comune di nuovo gioca col fuoco della sicurezza e ci ricasca: invoca un intervento maggiore da parte del Governo e il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ben volentieri accontenta l’amministrazione e ne approfitta per utilizzare la città, governata dal centrosinistra, come rampa di lancio per introdurre misure di compressione delle libertà e pericolose innovazioni. Un anno fa fu la volta della zona rossa, ora tocca al Cpr (nella versione “per gli spacciatori”) e al discusso taser da assegnare alle/gli agenti di Polizia locale. Misure a cui l’amministrazione cittadina si è pure detta più volte contraria, ma tant’è: avete sollecitato voi un Governo fascio-leghista di intervenire con più forza. La domanda è: il centrosinistra cittadino, sindaco Matteo Lepore in testa, proprio non se ne rende conto o, peggio, se ne rende conto benissimo?
QUANDO IL VIGILE CON LO SPRAY AL PEPERONCINO INCONTRA IL POLIZIOTTO CON IL TASER…
Un passo indietro. E’ dalla fine dello scorso mese che la città, al risveglio dalla pausa agostana, si ritrova al centro di un’infida spirale in cui il dibattito sul controllo dei corpi nello spazio pubblico la fa da padrone.
Un primo step ha riguardato l’episodio avvenuto il 26 agosto in via Marconi con il fermo di “un uomo in evidente stato di alterazione”, così ha scritto il Comune, da parte addirittura di una decina di vigili urbani e militari dell’Esercito (è circolato un video che mostra la scena) e l’utilizzo dello spray al peperoncino. Secondo quanto riferito dall’amministrazione, l’uomo aveva cominciato ad urlare e dimenarsi per strada e poi aveva danneggiato gli specchietti della volante della Municipale arrivata sul posto. L’assessora alla Sicurezza, Matilde Madrid, ha voluto “ringraziare gli agenti, il cui operato, condotto con grande professionalità nei confronti di una persona in stato di elevata alterazione e con comportamenti fortemente aggressivi, tenuto anche conto delle armi che questa portava nello zaino, ha scongiurato un concreto rischio per la sicurezza delle persone”. Le armi? Due coltelli: ma vale la pena sottolineare che questi sono stati trovati all’interno dello zaino dell’uomo, dopo l’arresto.
La persona coinvolta nella vicenda è un 30enne originario del Mali, con precedenti di polizia ma incensurato, il cui permesso di soggiorno per protezione internazionale era da poco scaduto. Il giorno successivo il Tribunale ha convalidato il suo arresto per resistenza a pubblico ufficiale, respingendo però l’applicazione del divieto di dimora sul territorio metropolitano richiesta dalla Procura. Il Garante regionale delle persone sottoposte a misure limitative o restrittive della libertà personale, Roberto Cavalieri, ha poi fatto sapere che l’uomo in passato era stato già sottoposto a Tso e che anche nel giorno del fermo i vigili avevano chiesto l’intervento del 118 per valutare un intervento di questo genere, senza però ricevere supporto.
Nel frattempo, l’episodio ha immediatamente rinfocolato gli ardori della destra cittadina che non vede l’ora di dotare i vigili del taser, affiancata da qualche solito sindacato di categoria. Ma l’amministrazione comunale ha continuato a ribadire la propria contrarietà. Lo ha fatto anche il sindaco Lepore, ma con parole che la dicono lunga: “Il dibattito vero credo che non sia il taser, che è un’arma di distrazione di massa della destra, ma il fatto che quella persona arrestata oggi è di nuovo in strada, libera di delinquere”. Forse per aver creato disturbo in via Marconi e rotto uno specchietto bisognava rinchiuderlo buttando via la chiave?
Il punto vero che emerge da questa vicenda, invece, è un altro: nessuna riflessione sul fatto che situazioni anche ricorrenti come quella di via Marconi, con persone che in mezzo alla strada manifestano un evidente stato di crisi, richiederebbero innanzitutto misure di prevenzione e supporto dal punto di vista psicologico e sanitario. Solo pochi mesi fa il Servizio protezioni internazionali di Asp denunciava la carenza di servizi di questo genere per rifugiate/i, richiedenti asilo e minori straniere/i non accompagnate/i: persone che arrivano a Bologna con il peso dei traumi subiti al momento di lasciare il proprio Paese, dei viaggi in cui rischiano la vita, spesso anche delle torture e poi delle difficoltà che si incontrano rispetto alla procedure di regolarizzazione e costruzione di un’autonomia. Ma di tutto questo non si parla: più comodo, evidentemente, disquisire sulla maggiore appropriatezza dello spray al peperoncino o del taser.
LE PIPE DA CRACK: TRA L’EPIFANIA DELLA RIDUZIONE DEL DANNO E UNA DESTRA INDECENTE
Negli stessi giorni, intanto, una polemica di proporzioni ben superiori è scoppiata attorno alla decisione assunta dal Comune di distribuire 300 pipe in alluminio alle/i consumatrici/ori abituali di crack. Una misura, quella della distribuzione di materiale sicuro, che rientra da anni nelle politiche consolidate di riduzione del danno. Realtà su cui i partiti di centrodestra hanno viscidamente chiuso gli occhi, scatenando un’indecente canea che è arrivata a coinvolgere anche esponenti del Governo, creando un caso nazionale che ha rispolverato tutto l’armamentario del proibizionismo più becere, fino ad arrivare ad accusare l’amministrazione di incentivare l’uso di stupefacenti, voler favorire le dipendenze e fiancheggiare lo spaccio. Non sono mancate denunce in Procura ed esposti a Corte dei conti e Prefettura. Il tutto fregandosene altamente della vita di centinaia di persone marginalizzate che vivono nella città (e fin qui, nulla da segnalare) ma anche di quelle/i residenti che la destra tanto assicura di voler tutelare.
Perchè i dati parlano chiaro. E i dati in questo caso sono quelli della sperimentazione effettuata prima di avviare la distribuzione delle pipe. I risultati erano stati illustrati a fine luglio in una commissione del Consiglio comunale. In quell’occasione Raimondo Pavarin, epidemiologo e docente dell’Università di Bologna, spiegò che “le pipe da crack spesso scarseggiano o sono fatte in modo artigianale e perciò vengono condivise, con rischi di contagio da Hiv o Hcv, infezioni batteriche o lesioni per l’uso di materiali non sicuri, ad esempio quando si usano lattine o bottiglie di plastica”. Questo mentre la letteratura scientifica dice che “fornire strumenti più sicuri per fumare crack può promuovere la salute e coinvolgere le persone nel trattamento”, aggiunse Pavarin. Con queste premesse la sperimentazione bolognese, realizzata su un campione di persone che frequentano un servizio di riduzione del danno, ha avuto come obiettivo principale verificare se, dopo 30 e 60 giorni, ci fossero state modifiche negli stili di consumo e quali fossero i problemi percepiti come conseguenza dell’uso di crack. Ebbene il primo risultato, sottolineò Pavarin, è che “dopo 60 giorni la frequenza del fumo di crack è diminuita del 50%”. Sempre dopo 60 giorni, poi, “molti dei consumatori coinvolti “hanno cessato di avere problemi respiratori (37,5%), mal di gola (25%), bruciature sulle labbra (20,8%) e ulcere della bocca (12,5%)”, riferì l’esperto, aggiungendo che anche “la condivisione di bottiglie per fumare crack è diminuita e dopo 60 giorni è scomparsa l’abitudine di condividere lattine o boccagli”.
Si tratta insomma di un provvedimento di salute pubblica e il tema vero, semmai, è che la distribuzione di 300 pipe rischia di essere una goccia nel mare. E se va dato atto alla maggioranza in Comune di aver difeso la misura, non si può sottacere che su questo fronte si sarebbero potuti fare molti più passi in avanti se si fosse percorsa la strada della riduzione del danno con più lungimiranza e determinazione: come dimenticare, invece, lo sforzo profuso dalle giunte a guida Pd per chiudere un’esperienza all’avanguardia come quella del Livello 57 oppure il Drop In di via Paolo Fabbri?
LA BATTAGLIA SULLA BOLOGNINA: IL DUELLO COMUNE-GOVERNO CHE RISCHIA DI COSTARE CARO ALLA CITTA’
Concatenata alla precedente è esplosa, o forse sarebbe meglio dire riemersa, la polemica sulla sicurezza in Bolognina. A partire da una sfilza di articoli del Carlino, come spesso accade, è diventato l’argomento principe del dibattito politico in città. E sia chiaro: di problemi legati in particolare allo spaccio e al consumo marginalizzato di sostanze. in Bolognina ce ne sono e non avrebbe senso negarlo. Ma allo stesso tempo quanto sta accadendo in questi giorni conferma, una volta di più, quanto sia pericolosa la logica dell’emergenza, con effetti che finiscono per riflettersi su una scala ben più ampia rispetto al contesto di partenza.
Di precedenti ce ne sono a iosa e l’amministrazione di certo questo non poteva ignorarlo quando sul nodo “sicurezza in Bolognina” ha deciso fare un forte investimento politico e di giocare pubblicamente con il Governo una partita ad alto rischio, inseguendolo sul suo terreno prediletto. “Serve un salto di qualità nell’intervento dello Stato”; ha cominciato a dichiarare la Giunta, annunciando la volontà di andare in Procura per consegnare un dossier sullo spaccio in quartiere e la sua “regia” indicata nella comunità nigeriana. Da sponda Pd è stato chiesto e richiesto al Governo di fare di più per garantire l’ordine pubblico, archiviando come “pannicello caldo” quella zona rossa a cui pure il Comune aveva dato il proprio assenso. “Per la Bolognina il ministero deve mandare 150 agenti in più delle forze dell’ordine”, ha sollecitato il sindaco, per aprire un posto di polizia in Bolognina. No, “è il Comune che deve assumere 150 vigili”, porta avanti il balletto la destra, ovviamente rilanciando anche il taser e la suddetta zona rossa.
Il risultato? Piantedosi è annunciato domani in città per firmare un nuovo “Patto per la sicurezza”. E sì, sarà istituito un posto di polizia in Bolognina, ma il ministro ha anche anticipato che si presenterà al tavolo con altre tre carte in mano: zone rosse, taser alla Polizia locale e la riapertura di un Cpr da dedicare “all’esigenza di ripulire la città dagli spacciatori”.
Dopo che già Bologna è stata usata come apripista per la diffusione delle zone rosse in tutto il Paese, dunque, ora il rischio è che la maggioranza cittadina abbia fornito un prezioso assist al Governo per ‘sfondare’ di nuovo nella città simbolo del centrosinistra e portare al traguardo alcuni storici cavalli di battaglia della destra.
E così – soffermandoci su un tema tra gli altri – dopo che da questa città si è più volte levato un forte no ai Cpr, basterà dire che “la sicurezza è di sinistra” se tornerà ad essere concreta la prospettiva di riaprire un lager per migranti sul territorio?
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