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Ai vigili il bastone, al Governo la carota… e il Viminale ringrazia: “Cpr a Bologna”

Mentre il Comune assegna il ‘manganello-non-manganello’ alla Polizia locale, il governatore de Pascale mistifica la realtà dei Cpr favorendone l’apertura in Emilia-Romagna. E Roma cala l’asso. Ma cosa sono davvero questi centri?

13 Febbraio 2026 - 17:23

Il manganello alle/i agenti della Polizia locale, caro vecchio sogno della destra bolognese e dei sindacati di categoria ad essa più affini. Un tema oggetto di dibattito in Comune da tempo immemore, che un po’ a sorpresa ha trovato uno sbocco pochi giorni fa. L’amministrazione di centrosinistra ha annunciato l’arrivo non del “manganello”, certo che no, ci mancherebbe: si chiama “distanziatore estensibile”, nelle parole usate a Palazzo D’Accursio. Altrimenti definito “bastone distanziatore”, perchè del resto di bastone (telescopico) trattasi, anche se formalmente non classificato come arma. E’ composto di nylon e fibra di vetro con una gomma in punta. Costa 100 euro al pezzo e, dopo il confronto con i sindacati, nelle idee del Comune potrebbe essere assegnato a tutte le/gli agenti, già oggi dotate/i di pistola e spray al peperoncino. Per la cronaca, poi, come alternativa al taser l’amministrazione vorrebbe adottare anche una decina Bola-Wrap, al costo di qualche migliaio di euro a unità: è un dispositivo in grado di ‘sparare’ un laccio di kevlar a una velocità di 160 metri al secondo per bloccare le gambe o il tronco di una persona distante fino a otto metri. Alla luce di queste novità, rapida è arrivata l’esultanza della Lega: e qualcosa vorrà pur dire.

Fin qui, il Comune. Dai palazzi della Regione Emilia-Romagna, invece, nel gioco pericoloso sulla sicurezza è arrivata l’apertura del presidente Michele de Pascale (Pd) alla possibilità di aprire un Cpr sul territorio, grande cavallo di battaglia della destra locale e di Governo, che in particolare vorrebbe una struttura di questo genere a Bologna. “Se lo Stato chiedesse alla Regione di sedersi a un tavolo per collaborare, anche per capire come rendere più efficaci le espulsioni di soggetti socialmente pericolosi, io mi siederei”, ha affermato de Pascale in un’intervista al Corriere di Bologna, esplicitando che questo vale anche per il tema Cpr: “Certo, non vedo perchè la Regione non dovrebbe sedersi a discuterne. Io lo farei. Tra l’altro non si capisce perchè a Brindisi va bene e qui no. I Cpr però devono essere strumenti esclusivi per l’espulsione di soggetti pericolosi socialmente. Oggi è così nei fatti per l’intelligenza dei questori, non perchè la norma sia stringente”. Parole accompagnate da un’affermazione da brividi: “Una frase che va cancellata dal nostro lessico è ‘non si può avere un approccio securitario ai temi della sicurezza’. Un po’ come dire ‘non si può avere un approccio sanitario ai temi della sanità’, un controsenso”.

Il governatore, così, ha sdoganato il tema Cpr affermando che si tratta di centri utilizzati esclusivamente per l’espulsione di soggetti “pericolosi socialmente”. Peccato si tratti di una fake news: che gli stranieri trattenuti in Cpr siano quelli pericolosi è un leit motiv mai corroborato da evidenze scientifiche. Dovrebbe, de Pascale, andare a leggere la normativa italiana per verificare come le categorie di rischio – che secondo la legge giustificano la detenzione nei Cpr – siano state codificate dal legislatore in modo talmente estensivo da ricomprendere, di fatto, quasi ogni cittadino straniero in condizione di irregolarità. Oppure dovrebbe chiedersi su quali basi venga definita dalla polizia la “pericolosità” di una persona: talvolta sono sufficienti semplici notizie di reato o segnalazioni di polizia, l’impossibilità di dimostrare la provenienza dei propri proventi, oppure condanne per reati come il furto o lo spaccio – condotte che spesso si legano a condizioni di marginalità sociale più che a una reale pericolosità. O forse de Pascale intende dirci che nei Cpr finiscono stranieri provenienti dal carcere? Questo è vero solo in parte: tra il 2022 e il 2023 si è trattato di circa il 15% dei casi. Si tratta, però, di quelli che poi rimangono più a lungo in stato di detenzione, pur non venendo poi espulsi. Cos’è quindi per loro la detenzione in Cpr: una detenzione aggiuntiva dopo aver espiato la propria pena in carcere? E per quali reati sono stati incarcerati i migranti che poi transitano nei Cpr, considerando che gli stranieri sono sovrarappresentati nelle carceri e, in media, vi entrano per reati meno gravi rispetto agli italiani?

Sono domande che non possono essere eluse. Senza contare il fatto che tale affermazione di de Pascale è priva di qualsiasi riferimento alle condizioni inumane che caratterizzano queste vere e proprie strutture di detenzione per migranti. Luoghi che spesso assolvono al compito di ingabbiare la marginalità sociale, come accade per le carceri; o anche per gli ospedali psichiatrici giudiziari, viste le ricorrenti segnalazioni sulla sofferenza in tema di salute mentale dei soggetti reclusi, i frequenti atti di autolesionismo, suicidi e tentati suicidi nonchè la somministrazione massiva di psicofarmaci.

Che le cose non stiano come le racconta de Pascale lo rende evidente, ad esempio, il progetto “Trattenuti. Una radiografia del sistema detentivo per stranieri”, frutto del lavoro di raccolta e analisi dei dati svolto da ActionAid Italia e dal dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari, basato su richieste di accesso civico che coprono il periodo dal 2014 al 2024 e che, al momento, data la mancanza dei report del Garante nazionale sul tema, è il lavoro più sistematico di raccolta dati sulla detenzione in Cpr. Un lavoro portato avanti per “iniziare a gettare luce sull’efficacia e i costi di uno degli strumenti più controversi e meno trasparenti delle politiche migratorie italiane”, si legge nel rapporto: “Nate nel 1998 con la denominazione di Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta), tali strutture detentive sono state ufficialmente deputate a trattenere gli stranieri destinatari di un provvedimento di allontanamento in attesa della sua esecuzione. Oltre ad aver mutato svariate volte denominazione, nel corso degli anni tali strutture hanno anche acquisito ulteriori funzioni, tra cui spicca il trattenimento di alcune specifiche categorie di richiedenti asilo. La possibilità di privare qualcuno della propria libertà personale al solo scopo di facilitare l’esecuzione di una procedura amministrativa mal si concilia con i principi sanciti all’articolo 13 dalla Costituzione della Repubblica italiana, anche se tale possibilità è riconosciuta ad esempio dall’articolo 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu), oltre che dal diritto dell’Unione europea. Questo report non intende affrontare la controversa questione della legittimità costituzionale della detenzione amministrativa degli stranieri o della sua conciliabilità con i principi dello Stato di diritto, su cui gran parte degli osservatori nutrono forti dubbi. Quello che ci interessa qui è colmare il vuoto conoscitivo che circonda il funzionamento di tali strutture. In base ad una consolidata giurisprudenza, il ricorso alla detenzione amministrativa degli stranieri è legittimo solo nella misura in cui sia funzionale all’esecuzione del rimpatrio. È, tuttavia, difficile capire con i dati esistenti in che misura il trattenimento amministrativo aumenti l’efficacia della politica di rimpatrio”.

Infatti, come è ormai noto, ogni anno non più della metà delle persone trattenute viene effettivamente espulsa; l’altra metà viene rilasciata sul territorio in condizione di irregolarità, dopo aver scontato un periodo di detenzione amministrativa senza aver commesso alcun reato, spesso in condizioni inumane e degradanti. I dati mostrano inoltre che solo alcune nazionalità vengono effettivamente espulse: quelle per le quali gli accordi di riammissione funzionano. In primo luogo i tunisini, seguiti da albanesi ed egiziani. Vengono trattenuti, dunque, non perché siano più pericolosi degli altri, ma perché sono più facilmente espellibili. C’è poi un elemento che sfugge a chi si riempie la bocca di un securitarismo tanto proclamato quanto poco efficace: non tutti i Cpr espellono. Alcuni centri, soprattutto quelli collocati in grandi realtà metropolitane – come Roma e Torino, e in parte Milano (Macomer rappresenta un caso a sé) – registrano percentuali di espulsione piuttosto basse e si limitano prevalentemente a trattenere. Perché? Per disporre di uno strumento rapido con cui allontanare temporaneamente dallo spazio urbano un “problema” che le stesse leggi migratorie, producendo irregolarità, contribuiscono a creare? Per poi reimmettere quel medesimo “problema” nello spazio urbano, ma in condizioni ancora più precarie? Ma non è solo la dubbia efficienza del sistema di trattenimento, né la sua funzione reale, a doverci interrogare. Si domanda infatti il report “quali siano i costi umani ed economici di una politica di rimpatrio basata sulla coercizione. L’eventuale aumento del numero di rimpatri eseguiti è proporzionale all’impatto che il ricorso a un simile strumento ha sui diritti delle singole persone e sulle casse dello Stato?”.

L’interrogativo sulle reali funzioni della detenzione amministrativa non può essere secondario in questo dibattito, nè può essere ignorato da De Pascale. Continua il dossier: “Le strutture detentive possono anche essere utilizzate per il trattenimento dei richiedenti asilo, ma qual è l’obiettivo della detenzione in tali casi? Si tratta di una misura deterrente, volta a scoraggiare la presentazione di domande d’asilo con scarsa possibilità di successo? Oppure di una misura cautelare volta ad evitare che nelle more della definizione della procedura il richiedente faccia perdere le proprie tracce?”. Questo è un interrogativo fondamentale, che intreccia la riflessione sulla detenzione amministrativa dei cittadini irregolarizzati con le politiche dell’asilo, che sempre più precarizzano le esistenze. Il Report Trattenuti risponde con una domanda eloquente nella sua complessità: “Ammesso che il ricorso a strumenti limitativi della libertà personale sia riconciliabile con il principio di non penalizzazione dei richiedenti asilo, la coercizione contribuisce effettivamente al raggiungimento degli obiettivi prefissati, oppure sarebbe possibile conseguire i medesimi risultati con strumenti meno afflittivi?”. Il punto è che serve una seria riflessione sulla reale utilità dei Cpr, a chi servono davvero, come funzionano concretamente, che costi hanno, a che bisogni rispondono? Non servono ad espellere, ma forse sono uno strumento utile simbolicamente e politicamente per chi prova a rispondere con misure inumane e degradanti a quei problemi che la politica stessa crea.

Una realtà su cui lo stesso de Pascale mostra di avere la memoria corta, visto che nel suo programma elettorale il futuro presidente della Regione aveva scritto poco più di un anno fa: “Affronteremo l’accoglienza con umanità e organizzazione. Questo significa anche che l’Emilia-Romagna rigetta i Cpr”. Parole richiamate in questi giorni dalla rete No ai Cpr, no ai grandi centri – Emilia-Romagna, che ha preso posizione per assicurare nuove mobilitazioni per impedire lo scenario prospettato da de Pascale e dal Governo: “Lo diciamo con chiarezza: in Emilia-Romagna non verrà mai più riaperto un Cpr. Le città sono pronte a impedire che nella regione venga aperto un Centro di detenzione illegale per migranti. Non è questione di ideologia: è questione di priorità, di umanità, di rispetto delle persone, tutte. I lager non possono esistere in Emilia-Romagna e nemmeno altrove. Non più”.

Si tratta di una battaglia che sarà necessario, ancora una volta, combattere con determinazione. Perchè intanto proprio oggi su giornali c’è il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ha calato l’asso. In faccia a de Pascale, ma soprattutto al territorio bolognese. Il governatore, infatti, nella sua intervista aveva frenato sulla collocazione del Cpr a Bologna perchè partire da questo presupposto, da parte del Governo, significa “volerla mettere in un dibattito da campagna elettorale”. Preoccupazioni a cui il Viminale ha risposto da par suo, come se fosse difficile aspettarselo: con la strada spianata da de Pascale, infatti, Piantedosi ha inviato al governatore una lettera in cui afferma che “a breve le comunicherò la collocazione individuata per una più rapida realizzazione di un centro nel capoluogo bolognese”. Il sindaco Matteo Lepore ha espresso la propria contrarietà, ma intanto chissà se il governatore suo collega di partito sapeva (o era d’accordo) fin dall’inizio che sarebbe andata così. In ogni caso: che gran capolavoro, de Pascale e Pd!