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Affettività in carcere… Della serie: diritti da sempre negati

Il racconto di una storia d’amore, nata dietro le sbarre del carcere della Dozza, mette in luce le tante difficoltà dei rapporti sentimentali “reclusi”.

05 Gennaio 2026 - 12:50

Le sentenze per il diritto all’affettività

Può risultare bizzarro che nella situazione di sovraffollamento, di fatiscenza delle strutture, di carenza estrema dei servizi sanitari, in cui vivono le carceri italiane noi, questa volta, si voglia puntare l’attenzione sul tema dell’affettività, dei rapporti sentimentali dietro le sbarre, degli amori e degli affetti “reclusi”. Ma la faccenda è di un’estrema concretezza e a sollevarla, sempre più spesso, sono i detenuti e le detenute con condanne definitive e con pene di una certa entità.

Anche perché, tra le altre cose, si tratta di richieste supportate da due storiche sentenze.

La prima è stata quella della Corte costituzionale (sentenza numero 10 del 2024, relatore Petitti), in cui veniva riconosciuto e tutelato il diritto all’affettività in carcere, dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’articolo 18 dell’Ordinamento penitenziario “nella parte in cui non prevede che la persona detenuta possa essere ammessa, nei termini di cui in motivazione, a svolgere i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia, quando, tenuto conto del comportamento della persona detenuta in carcere, non ostino ragioni di sicurezza o esigenze di mantenimento dell’ordine e della disciplina, né, riguardo all’imputato, ragioni giudiziarie”.

La seconda era della Corte di Cassazione (sentenza numero 8 del 2025) che, intervenendo su un ricorso di un detenuto contro la decisione della Casa di reclusione di Asti di negargli un “colloquio di intimità” con la propria moglie perché “la struttura non lo consentiva” e sulla decisione del Magistrato di sorveglianza di Torino di ritenere inammissibile il reclamo del detenuto stesso perché la sua richiesta “non configurerebbe un vero e proprio diritto, ma una mera aspettativa, non tutelabile in via giurisdizionale”, riaffermava i principi della Consulta: “Non può ritenersi che la richiesta di poter svolgere colloqui con la propria moglie in condizioni di intimità, avanzata dal detenuto ricorrente, costituisca una mera aspettativa, essendo stato affermato che tali colloqui costituiscono una legittima espressione del diritto all’affettività e alla coltivazione dei rapporti familiari”. Pertanto: “Il reclamo proposto dal detenuto ricorrente non doveva essere dichiarato inammissibile”.

La decisione della Corte di cassazione rappresentava un importante precedente che avrebbe potuto incidere sui reclami dei detenuti. Avveniva a quasi un anno dalla decisione della Corte costituzionale senza, però, che in nessun istituto penitenziario italiano fosse stata data esecuzione alla decisione della Consulta. Certo, la Corte era “consapevole dell’impatto che l’odierna sentenza è destinata a produrre sulla gestione degli istituti penitenziari, come anche dello sforzo organizzativo che sarà necessario per adeguare ad una nuova esigenza relazionale strutture già gravate da persistenti problemi di sovraffollamento”, però indicava che quella era la strada da seguire.

A due anni di distanza dalla prima decisione, con altri 300 giorni passati dalla seconda sentenza, la situazione non si era quasi per nulla modificata.

Anzi le famose (o famigerate) “domandine” con le quali i detenuti richiedono alla direzione del carcere dai colloqui (famigliari, avvocati, educatori, volontari) ai permessi, ai cambi cella, o segnalano dei problemi, se hanno come tema segnalato quello dei “colloqui di intimità” vengono ritenute delle vere e proprie provocazioni a cui, quasi sempre, non viene data risposta.

Una storia d’amore tra le sbarre

E’ a partire da questa situazione che un un giovane detenuto (a cui piace sperimentare lavori giornalistici) ha deciso affrontare la questione partendo dal racconto di una storia reale, una storia d’amore tra un detenuto e una ragazza di un’associazione di volontariato, un rapporto sentimentale considerato tabù. Di norma, la relazione tra un/a detenuto/a e un/a volontario/a deve rimanere delimitata nei ruoli specifici, al massimo può spingersi fino a un rapporto di amicizia. Se la frequentazione periodica “sfonda” verso un sentimento d’amore, per continuare clandestinamente deve essere mantenuta nascosta. Ma come si fa a tenere occultata una situazione nel luogo più controllato, in mezzo a una miriade di agenti della Polizia penitenziaria, a decine di telecamere e con alcuni detenuti che, per avere in cambio qualche facilitazione, sono disposti a spifferare non solo cose viste, ma anche semplici sensazioni?

Infatti, come era prevedibile, la “tresca amorosa” è stata prima intuita e poi smascherata. Scrive il nostro giovane redattore: “Dopo qualche mese di incontri e conversazioni, sguardi e pezzi di carta passati sottobanco, la relazione è stata scoperta dagli agenti. In questo caso, si può dire che i poliziotti hanno fatto il loro lavoro, prevedendo addirittura il futuro, o meglio, hanno colto in anticipo qualcosa che doveva ancora nascere”.

Proseguendo nel racconto, il detenuto descrive la fasi successive: “Non appena scoperta la storia d’amore, che storia ancora non era, la direzione del carcere ha bloccato l’ingresso da volontaria per questa ragazza, poiché una persona ‘libera’ che ha una relazione con una persona detenuta è vista come un pericolo per la sicurezza e l’ordine dell’istituto penitenziario. La revoca del permesso per entrare alla Dozza per svolgere attività di volontariato è stata però lo sblocco della relazione tra questi due giovani. Perché, nonostante le centinaia di lettere che si erano scambiati per approfondire la conoscenza e tenere accesa la fiamma c’era bisogno di altro: c’era la necessità di sentirsi e vedersi di persona. A questo punto i due ragazzi hanno deciso di fare la richiesta all’amministrazione penitenziaria per svolgere i normali colloqui tra detenuto e fidanzata/convivente. Dopo un periodo di tempo per svolgere attività informativa e ponderare la decisione la direzione del carcere ha autorizzato i colloqui nelle modalità e nelle tempistiche che solitamente hanno i colloqui con i famigliari. I loro primi incontri si sono svolti proprio nello spazio dove solitamente gli altri reclusi si ritrovano coi loro famigliari: sotto gli occhi vigili delle guardie e delle telecamere che sorvegliano lo svolgersi dei colloqui per tutto il tempo concesso. Si è cominciato in queste condizioni, senza riservatezza e intimità, a costruire un rapporto separato da uno spazio enorme e da un tempo infinito. Però, almeno nelle sale colloqui, a differenza di quando si ritrovavano in precedenza nelle salette del carcere, hanno la possibilità di accarezzarsi liberamente, abbracciarsi, baciarsi, perché è bene sapere che questi gesti, all’apparenza innocui, dentro le carceri non sono né graditi né consentiti”.

Un’intervista complicata

A questo punto il redattore/detenuto ha concluso il percorso del suo interessante lavoro di ricerca con un’intervista ai due protagonisti che, con nomi di fantasia, ha chiamato Lorenzo e Sandra. Non potendo, naturalmente, incontrare vis à vis i due intervistati, ha scritto le domande e le ha fatte arrivare in sezione a Lorenzo, il quale, a sua volta, per posta, le ha fatte arrivare a Sandra. Entrambi per ogni quesito hanno dato una loro personale risposta che, di seguito (“liberamente”) pubblichiamo.

– Come è scattata la scintilla della vostra storia?

Lorenzo: “Il 22 settembre 2023 Sandra ha catturato la mia attenzione al Gruppo di meditazione. Quando è arrivato il suo turno, si è presentata dicendo che era il giorno del suo compleanno ed era felice di passarlo con noi. A fine serata, grazie al consiglio di un mio compagno di detenzione, feci fare a un ragazzo una torta che portai all’incontro con i volontari del venerdì successivo, per festeggiare di nuovo il compleanno di Sandra con noi. Si avvicinavano le festività natalizie ed io non ero ancora riuscito ad avere un suo contatto personale. Con un po’ di furbizia diedi il mio indirizzo a tutti gli altri volontari spiegando che, in questo modo, avremmo potuto scambiarci gli auguri, auspicando che il mio recapito arrivasse anche a Sandra. Tra tutte le mail ricevute gli auguri di Sandra erano diversi. Chiedevano una risposta che non fosse solo di auguri… non so se mi spiego…”.

Sandra: “Io e Lorenzo ci siamo incontrati per la prima volta il 22 settembre 2023. Era il giorno del mio compleanno ed era pure il mio primo giorno da volontaria in carcere. Mi sono chiesta tante volte quale sia stato il momento in cui ho capito che il mio interesse per lui aveva raggiunto un punto di non ritorno. Tutt’ora non saprei dirlo. Quello che so è che dal momento in cui l’ho visto è stato come un’esplosione di colori in quello spazio grigio ed ostile. Quello che mi ha colpita in lui, sin dal principio, è stato il suo modo di raccontarsi, un misto tra l’ironico e il malinconico. Mi affascinava sentirlo parlare, ricordare quella vita difficile ma anche piena di emozioni. Ho capito che volevo conoscerlo, non mi bastava sentire la sua voce a qualche metro da me ne cerchio del venerdì, volevo entrare nel suo mondo. Non avrei mai immaginato di arrivare a questo punto con lui. Inizialmente sembrava un gioco, relegato a quelle ore di quell’unico giorno alla settimana. Io mi sentivo lusingata delle sue attenzioni, lui, forse, aveva un nuovo stimolo, qualcosa di diverso a cui rivolgere il suo interesse: Ma quale relazione non nasce da una necessità? Il noi di adesso, il nostro rapporto bellissimo, è il risultato di quelle necessità”.

– Come si vive un rapporto sentimentale in carcere?

Lorenzo: “Ho scritto un sacco… il germoglio della relazione era fatto di block notes e mail cartacee. Tutto quello che non ho scritto in anni di scuola l’ho recuperato per far nascere questo bellissimo sentimento. Giochi a scatola chiusa e punti tutto sulla tua ‘bella’ calligrafia e su molta immaginazione, sperando che dall’altra parte venga recepito nella maniera giusta… Non è stato facile, ma ne è valsa ogni singola lettera”.

Sandra: “Ci sarebbe un milione di cose da dire in merito, ma cercherò di isolare le più rilevanti. La prima cosa che mi viene da dire è che tra me e Lorenzo non è un rapporto detenuto-compagna come gli altri. Noi non ci conoscevamo prima della sua carcerazione, non ci conoscevamo prima di sederci ai tavoli della sala colloqui. Ci siamo conosciuti lì. Su quei tavoli, dentro a quelle mura. I nostri primi ‘appuntamenti’ si sono consumati sotto gli occhi delle guardie. Abbiamo dovuto costringere i nostri racconti, le nostre emozioni, i nostri silenzi entro un tempo estremamente limitato, senza decidere quando vederci, quando parlarci, quando amarci. La cosa più difficile è la negazione della possibilità di coltivare un rapporto affettivo, e dunque intimo. Un bisogno di contatto che non può mai essere appagato. Le telefonate sono ridotte al minimo, ne abbiamo a disposizione due settimanali da dieci minuti ciascuna. Che cosa sono venti minuti a settimana? Una, due ore per vedersi, in un contesto controllato e condizionato, e venti minuti per sentirsi. Fuori, vedersi e sentirsi quando se ne ha voglia e se ne sente il bisogno costituisce il fondamento della relazione sentimentale. Dentro, questa certezza viene meno”.

– Come è stata vista la storia dalla direzione del carcere?

Lorenzo: “Non so dire come la prese effettivamente la direzione, ma, una volta scoperto il rapporto, non ci fu esitazione a reprimere. Si provò anche a dissuadere la ragazza”.

Sandra: “Non appena scoperta la storia, che all’epoca era solo una conoscenza, mi fu bloccato l’ingresso come volontaria: una persona che ha una relazione con un detenuto non può entrare in carcere, volontaria o professionista che sia. L’errore che abbiamo fatto è stato quello di non uscire subito allo scoperto. Non c’era un reale intento di nascondere la cosa, altrimenti non avremmo comunicato tramite mail (soggette a possibili controlli), ma neanche una volontà di ammetterla, forse per non renderla reale.Nessuno dei due sapeva cosa stesse succedendo o in che direzione stesse andando il nostro rapporto, a quel punto ancora quasi solo epistolare. Parlarne avrebbe significato dovere ammettere un sentimento, ma, in quel momento, non sapevamo nemmeno cosa fosse. Necessità? Noia? Solitudine? Amore? In realtà, il blocco del mio permesso è stato lo sblocco del nostro rapporto. Proprio in quel momento stavamo iniziando a parlare di vederci a colloquio, anche se io continuavo a rimandare, perché non volevo lasciare il gruppo di volontariato. Quel fatto ci ha messo di fronte a un’unica possibilità: vederci ai colloqui familiari. Da lì, quella storia fatta di sguardi e fogli di carta è diventata reale”.

– Cosa vi siete portati, reciprocamente, nelle vostre vite?

Lorenzo: “Nella mia vita Sandra ha portato un obiettivo, una ragione, ha reso meno cupo e meno incerto quel futuro che tanto mi spaventa”.

Sandra: “Lorenzo mi ha portato colore. E’ l’unica parola che mi viene in mente per sintetizzare la risposta. Altrimenti, dovrei scrivere un romanzo autobiografico”.

– Come vivete la storia?

Lorenzo: “Non nascondo le difficoltà iniziali, dopo tutto era una novità per entrambi. Ci sono stati tentennamenti e difficoltà, ma è bastato conoscerci e assestarsi… Ora siamo felici… io sono felice”.

Sandra: “E’ difficile spiegare quello che vivo. Il nostro rapporto si costruisce attarno all’assenza e, dunque, necessariamente, intorno alla sofferenza. Stare insieme senza poter stare insieme, come nel caso di un rapporto in carcere, è veramente difficile. Dopo diversi mesi di questa nostra relazione, ho capito che la cosa più difficile, oltre la lontananza fisica, è il fatto che non possiamo comunicare, o meglio, possiamo farlo ma in un tempo circoscritto e forzato. Non possiamo chiederci come stiamo, dimostraci affetto quando vogliamo, conoscere la nostra quotidianità, darci supporto nei momenti difficile, ridere, decidere di ‘vederci per parlare’ quando non ci comprendiamo. Ci siamo l’uno per l’altra, ma non possiamo decidere quando, né come. Vorrei dire una cosa anche sulla lontananza fisica: nel nostro caso, non si tratta di lontananza ma di assenza. La lontananza spaziale (una relazione a distanza, per esempio) si riduce; l’assenza, questa assenza, non si colma. Possiamo solo avere pazienza, e resistere, in attesa di viverci liberamente”.

– Quali sono le difficoltà di un rapporto in carcere? E, dicendo un’eresia, ci può essere qualche “beneficio”?

Sandra: “Appena ho letto questa domanda ho pensato: ‘benefici’, perché in un rapporto in carcere ci dovrebbero essere dei ‘benefici’? Poi ho realizzato qualcosa che io e Lorenzo ci diciamo sempre, fin dall’inizio: se ci fossimo incontrati fuori non ci saremmo mai avvicinati. Il carcere, la corrispondenza, la lontananza, il tempo per pensare, ci hanno permesso di scavare con forza nelle nostre interiorità, permettendoci di andare oltre a un’apparenza che ci collocava agli antipodi. Questo ultimo punto mi porta a voler fare una riflessione più generale sul carcere, che include anche la risposta alla domanda. In carcere ci sono tantissime storie, tantissime persone con tantissime storie. Storie che vengono silenziate e nascoste dentro a un muro invalicabile. Storie che necessitano di essere conosciute e persone che meritano di essere ascoltate. E ci sono anche storie come la nostra, che in carcere ci nascono, e che, mio avviso, meritano di essere ascoltate e supportate. Negare il diritto all’affettività relazionale sessuale si scontra con la dichiarata funzione rieducativa di questo sistema. Il ‘beneficio’ della nostra relazione è il suo stesso esistere, il suo riuscire a viversi persino nell’ambiente più ostile”.

Lorenzo: “La galera è diventata più pesante… Lei, in eccesso di libertà, si è offerta di custodire la mia vita… Non vedo l’ora di potere ricambiare… Sandra è la mia libertà”.