È legale da quattro anni ma la Regione ce ne ha messi due per iniziare a somministrarla, e ancora oggi nel 98% dei casi l’interruzione farmacologica avviene in day hospital. Intanto, in Emilia-Romagna diminuiscono gli obiettori di coscienza tra ginecologi e anestesisti.
Era il dicembre 2021: la Regione annunciava trionfale di avere autorizzato l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) con trattamento farmacologico nei consultori, in regime ambulatoriale, come previsto dalle linee guida scritte ben un anno e mezzo prima, ad agosto 2020, dal ministero dalla Salute. Ci vollero altri nove mesi, fino all’autunno 2022, perché si partisse davvero.
La somministrazione della pillola abortiva senza ricovero, insomma, è legale da quasi quattro anni. I requisiti per accedervi sono la maggiore età, il certificato rilasciato dal medico e firmato dalla donna, il consenso informato e la gravidanza con datazione ecografica inferiore o uguale a 49 giorni. Com’è dunque oggi la situazione in Emilia-Romagna? Desolante, stando ai dati diffusi nei giorni scorsi da trenta associazioni femministe: nel 65,6% dei casi l’ivg avviene sì attraverso la pillola Ru486, ma solo nel 1,1% dei casi è bastato il servizio ambulatoriale, mentre nel 98,2% si è continuato a ricorrere al ricovero in day hospital. Le associazioni, hanno indirizzato una lettera indirizzata a viale Aldo Moro chiedendo almeno un consultorio dedicato in ogni capoluogo di provincia e che l’interruzione farmacologica diventi una prassi diffusa.
A fronte di questo flop una parziale buona notizia però c’è: i dati regionali certificano che i ginecologi obiettori di coscienza, tra il 2018 e il 2022, sono scesi dal 53,7% al 39,5%, e gli anestesisti nello stesso quadriennio sono passati dal 32,2% al 25,9%. I dati del 2023 non sono ancora stati ufficializzati ma confermerebbero la tendenza.
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